Storia di una geniale commerciante di calzature: Miriam Mencherini

Storia di una geniale commerciante di calzature: Miriam Mencherini

Dal 1956 al 2018, di padre in figlia, l’amore per il dettaglio e la comoda bellezza da calzare.

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Il calzolaio bambino; un ‘ciabattino’ a domicilio; Firenze, l’arte e i mestieri; un nome inciso in una scatola di scarpe; la grande crisi dei piccoli commercianti; la diciottenne Miriam salva l’attività; femmina nel bene e nel male; un marchio e una garanzia di comodità e bellezza; il Blog ‘ Amor pedibus’; il Coach dell’alta calzatura; il solco del calzolaio; la vera scarpetta di Cenerentola.

 

Chi l’ha detto che un piccolo imprenditore di se stesso nasce dal nulla, senza sforzi, sacrifici, obblighi morali. Alzi la mano chi osa parlare di facilitazione della piccola imprenditoria. Silenzio. La storia di Miriam apre la porta sulla tenacia, la perseveranza di una donna nel salvare l’idea…

L’idea può essere tutto e da essa nascono le attività più belle. Belle non significa necessariamente remuneranti, ma al passo con i tempi, le mode, i sentimenti di appagamento. Sedersi stamani nel suo negozio, mi fa respirare l’aria del venditore, colui che non può mai stare in silenzio e deve sempre dire Buongiorno.  Miriam Mencherini è nata nel 1967 ed è titolare del negozio di calzature collocato in Via Montebuoni a Tavarnuzze: MENCHERINI CALZATURE. Miriam si affida completamente alla Rubrica Slidelife, sezione Magazine, non solo per raccontare la storia di un’attività presente sul territorio dal lontano 1956, ma anche per trasportarci nelle origini della medesima professione e di colui, che pur non essendoci più, ne ha fatto la storia: Giovan Battista Mencherini.

Ed è magico il legame fra Miriam e il suo scomparso padre. La presenza di questa vibrazione d’affetto la si percepisce da ogni gesto di questa donna energica e creativa, determinata a fare della storia di un marchio e una famiglia, la storia di calzature da calzare.

IMPRINTING 1- STORIA DELLE CALZATURE DA CALZARE.

Non è poi così scontato donare ad ogni donna, ragazza, giovane, qualcosa da calzare senza rinunciare alla classe e alla bellezza.  Ma facciamo un passo alla volta e torniamo indietro nel tempo. Lo slide riguarda il Casentino del dopo guerra. Il luogo è una delle quattro vallate della provincia di Arezzo, dove si viveva di terra, boschi e di una vita povera. Proprio qui nacque il padre di Miriam. A soli 12 si ribellò al volere della sua famiglia, che lo vedeva rilegato ai lavori della terra. Pur non disprezzando l’agricoltura, conosceva l’energia sorprendente delle sue mani e decise di imparare a fare le suole delle scarpe e tutto ciò che riguardava le calzature. Allora usava andare via 15 giorni ospiti di una famiglia di qualche Colonica del luogo, per dedicarsi a fare le suole ad ogni componente. E tra un po’ di latte e un pizzico di audacia, il giovanissimo Giovan Battista, divenne un artigiano. Sentite come suona bene? Artigiano.

IMPRINTING 2: ARTE DELLE MANI E DELLA VOLONTA’DI FARE.

Miriam…sorprendente, a soli 12 anni tuo padre seppe dire no…non ci sto. Io faccio ciò che mi va e non ciò che avete deciso per me. Senza dubbio determinato.

Fece così tanto, che ben presto riuscì a portare via tutta la sua famiglia dal Casentino, prima assicurandosi di poterla aiutare nel suo mantenimento, poi trovandole un lavoro. Ad ospitarlo, fu un prete di Firenze, del quartiere di San Niccolò. Firenze era la culla dell’arte e dell’artigianato. Aprì le narici respirando il profumo dei mestieri e iniziò ad andare in bicicletta a suonare i campanelli:

“Suole donne, fatte a mano, scarpe come nuove”.

Quanta sveltezza e quanta serietà. Pian piano arrivò a Tavarnuzze e fu rapito da una casetta sul colle, che divenne la sua dimora. I suoi genitori poterono fare i mezzadri e lui continuare i suoi giretti a riparar le suole. Poi un giorno il babbo gli dette Diecimilalire e lui comprò del buon cuoio, dei seghetti e altri arnesi e infine del mastice. Era il 1956 e prese in affitto il primo fondo a Tavarnuzze.

 Qualcuno in paese racconta:
“Il rumore del martello sul piccolo incudine, rimandava al tintinnio metallico di una fucina, ma si era attratti dall’odore acre della colla, mischiata con la pelle.”

Si spostò da allora ben 5 volte per far sopravvivere la sua attività. Il primo fondo fu in Via Montebuoni, vicino all’allora pesciaiolo; il secondo in Via Della Repubblica, così anche il terzo e il Quarto ancora a Montebuoni, fin quando creò un quinto fondo con doppio servizio. Da una parte riparava le scarpe e vendeva calzature sportive, da tutti gli impieghi più pratici; dall’altra vendeva calzature per signore.

Era il 1983 quando il negozio attuale vide la luce. Ma un male oscuro iniziò a impossessarsi del suo padrone, qualcosa che non aveva voluto né tantomeno si era cercato, il male dei grovigli e degli artigli, dei conti che non tornavano. Il male di un mondo che dalla fine della Guerra in poi, si era evoluto con rapidità senza far imparare i cavilli. Del resto, come ogni piccolo imprenditore, Giovan Battista si destreggiava fra il fare incessante e le spese enormi. Entrate troppo modeste per le spese da sostenere e dimostrare di essere un corretto venditore. Anni in cui ‘tirò la cinghia’, non dormendo la notte al pensiero di un crollo finanziario. Anni in cui non si sentiva difeso dalla corona delle grandi marche, pur avendone la qualità. Giorni neri, dove i folletti dei ciabattini esistevano solo nelle fiabe. Giorni in cui si ripeteva all’infinito…

“Meglio morire che rinunciare alle calzature, che deludere la famiglia”.

Non ne ebbe il coraggio…era troppo religioso, troppo riconoscente a Dio di quella vita, delle sue scarpe. Ogni suola un pianto e un gorgheggio nel cuore. Chiuso in bottega, senza sosta, senza poter dare ai suoi figli qualcosa in più. Chiuso nel suo silenzio. Solo le sue mani potevano salvarlo e dovevano lavorare, lavorare, lavorare.

Ed eccoci allo slide più bello: il suo nome è Miriam. Le era stato dato il nome trovato sulla scatole di un paio di scarpe. Sua madre racconta:

“Non avevamo avuto il tempo di cercarle un nome, poi spuntò quella scatola…era perfetto.”

Miriam, la nostra piccola imprenditrice creativa su cui si concentra il nostro zoom Magazine, è cresciuta proprio negli anni della crisi di suo padre, assorbendone gli sgomenti, creandosi fantasmi di senso di colpa. I ragazzini lo fanno sempre di sentirsi in colpa dei drammi dei genitori. Così.. un po’ per onestà e un po’ per obbligo morale nei suoi confronti, dopo la Maturità Artistica, prese le redini e il timone di tutto. Ormai quel padre audace e a volte autoritario, si era trasformato in un uomo che le chiedeva aiuto. Un uomo che si metteva nelle braccia di una ragazza di soli 18 anni. Le spalle piccole, ancora i jeans scoloriti e una adolescenza rubata in fretta. La genialità in tasca, anzi… in una scarpa.

Miriam ti sei mai sentita costretta nel ribaltare le sorti di questa attività iniziata da tuo padre?
Certo, ma non avevo scelta, o la deriva o la continuità.

Quanto ha inciso il nascere donna?
Tanto. La femmina era sempre colei che doveva responsabilizzarsi, assumendosi la continuità della famiglia e in questo caso di una attività.

Pensi che ancora sia così?
Certo, chi ha una sua onestà interiore, ancora oggi, nascendo donna deve saper destreggiare con cura ogni responsabilità e può essere pesante.

Non c’è nel tuo sguardo risentimento, ma solo amore…perché?
Perché comunque mi ha donato un mestiere, il valore di un lavoro, anche se…

Miriam ieri: cosa avrebbe fatto senza questa attività?
Sarebbe andata a fare una scuola di Design e avrebbe fatto la stilista…

Scarpe e accessori o altro?
Altro…dentro le scarpe e gli accessori.

Miriam oggi: ha in qualche modo portato questo desiderio nella vendita al dettaglio?
Sì. A 18 anni già vivevo a contatto con gli uomini dell’alta calzatura, spalleggiando i loro eccessi, capricci e talvolta la mancanza di intuito. Io avevo intuito che le donne avevano bisogno di calzare scarpe adatte ai loro piedi, più o meno grandi, con una doppia esigenza…stare comode e belle.

Della serie chi l’ha detto che una donna che lavora e cammina, deve portare scarponi primitivi?
Esatto.

Allora cosa hai escogitato?
Iniziai a disegnarle e a proporle alle fabbriche.

Quindi un sogno che si realizzava?
Sì, non solo, donne felici del mio marchio e della mia inventiva pratica.

Il MARCHIO KOO…perché non il tuo nome?
Troppo fragile ancora per autodeterminarmi.

Poi cosa è successo?
Le fabbriche non hanno retto con i loro prodotti al mercato della grande globalizzazione e sono fallite, mi volevano dentro come socia per salvarsi, ma io ho sempre ragionato e ho saputo tornare indietro.

Delusa o rassegnata?
Ho sempre rapito il mestiere con gli occhi. Mio padre mi portava a vedere le scarpe, prima di prenderle per venderle mi chiedeva di scegliere la più bella… e io sceglievo sempre quella che poi di lì a breve si sarebbe confermata sul mercato. Poi si tornava a casa con una grande valigia ….la valigia delle scarpette d’oro.
“Cocca hai fiuto e io ti tengo con me”, Così diceva mio padre.

Sei quindi andata avanti con il suo motto?
Esatto.

Pensi di avere oggi a 50 anni un’alchimia solo tua?
Sì, ne vado fiera. Potrei essere nel momento più maturo della mia idea.

Quando vedi una donna che viene a comprare nel tuo negozio, cosa pensi?
Ti devo calzare.

IMPRINTING 3: CALZARE.

Che significa calzare?
Conoscere il materiale, la conformazione della scarpa, del piede. Pensare alla postura, all’andatura. All’evenienza, al misto con la quotidianità e ….alla bellezza. Perché devo pensare che una donna che lavora non può indossare una scarpa bella?

Della serie:
“DA MIRIAM OGNI DONNA MERITA DI ESSERE BELLA?”.
Si!

Perché resti in periferia? So che ti muovi tanto, vai a vedere i più nobili campionari, scegli, annusi il cuoio, la pelle, il camoscio. Milano, Parigi. Ti specializzi, stai al passo con i tempi… Perché restare qui?
Ho una splendida figlia nata qui, con tutta la famiglia qui. Una mamma, un fratello e le colline. Facile farsi belli e comodi a Firenze…difficile esserlo in periferia. La donna tende a vivere nell’anonimato a non osare. Con me osa. Si fida. Si lascia consigliare. Resto qui e mi realizzo, realizzando le loro esigenze.

IMPRINTING 4: OSARE.

Non hai mai pensato di fare del tuo mestiere, delle tue origini anche un sistema retificato d’insegnamento…una Coach delle calzature…che aiuta a scegliere, a comprare, a interpretare tendenze e gusti?
Sembra possibile, realizzabile, ma la proposta dovrebbe essere molto concreta, tanto allettante e comunque dovrei trovare il modo di non trascurare il negozio.

Quanto è difficile oggi permettersi delle aiutanti?
Parecchio. Le spese sono tante e prima che una persona abbia imparato un mestiere ci vuole tanto tempo. Comunque bisogna pensare anche che tutto da soli non si può raggiungere, fidarsi e purtroppo appesantirsi di altre responsabilità e spese.

Hai un Blog?
Sì si chiama Amor Pedibus, sopra si tratta tutto quello che riguarda le mie calzature, le offerte e i gusti.

In che modo Miriam hai nel tuo DNA I DONI DEI TUOI GENITORI?
Di mio padre ho la cura per il dettaglio e le cuciture…Di mia madre l’estro e la forte sensibilità.

Miriam dopo la divisione dal padre di tua figlia hai trovato il vero amore?
No. Vorrei arrivasse…vorrei mi sbalordisse. Piccoli gesti concreti, appoggio morale, linfa anche per la mia creatività e soprattutto amore per tutto il mio universo, compresa la mia famiglia.

Se ci sei fai capolino…

Tornando alle scarpe, oggi le scarpe rotte vengono buttate…credi si possa ritornare ai vecchi mestieri?
Senza dubbio si ritornerà a scoprire gli antichi mestieri e forse proprio con la complicità di chi ne parlerà ancora e delle nuove tecnologie.

Un aneddoto legato a tuo padre che non scorderai mai?
Quello legato alla sua scomparsa. Non è riuscito a superare l’intervento al cuore. Un cuore massacrato dal tarlo dei pensieri e dell’ansia. Un cuore che si era rimpicciolito a causa del cambiamento fisico della sua cassa toracica. Metteva le scarpe appoggiate al petto e iniziava a lavorare. Pian piano si era formato un solco…il solco del calzolaio…

Che ne dici, oggi lo riempiamo con questo articolo e l’affetto di chi ascolta e c’è?
Credo di sì.

Ultima domanda. Qual è la scarpetta di Cenerentola?
Quella che calza chiunque.

Grazie di aver scelto la Rubrica SLIDELIFE.
LA VITA CORRE, LE IMMAGINI SI SUSSEGUONO, MA GLI INTENTI DEGLI UOMINI RESTANO.

LE FOTO SCATTATE SONO DI Laura Tagliafraschi, collaboratrice di Miriam.

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BREVE CURRICULUM VITAE: “ Mi chiamo Sabrina Merenda e sono una Pedagogista intrepida, specializzata in Psicologia Dell’ Età Evolutiva. Ho varcato da tanto il mondo dell’editoria con la pubblicazione di tanti testi di Antropologia, Storia, Romanzi, Novelle. Premi e riconoscimenti importanti hanno incoraggiato il mio cammino ma tramite il Giornalismo ho realizzato il mio obiettivo di portare la notizia ad essere il trampolino di qualcosa che va oltre l’informazione, per concretizzarsi in una nicchia dedita alla Biografia Umana: singola o di gruppo, territoriale o privata. Mi interessa l’iniziativa dell’uomo in generale. Nella mia Rubrica Slidelife c’è uno spazio speciale dedicato ai bambini e ai giovanissimi, nel tentativo di dargli una visibilità umana rivolta ai loro intenti o alle loro imprese. Sono la creatrice dei Corsi Geniuspen rivolti ad un approccio Giornalistico fra i giovanissimi e gli Over. L’Etica e il rispetto di essa è il mio valore più grande. Non ascolto cosa la gente dice ma quello che la logica spiega. Credo nell’impossibile perché scrivere oggi è difficile ma sono qui e amo il mio lavoro con tutta me stessa. Ogni volta che narro una vita, un’impresa, una sfida, vivo a 360 gradi la vita degli altri e ascolto senza registrare perché dico solo quello che il mio interlocutore vuole ma ascolto la sua vita oltre.”

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