Terremoto: dall’ottimismo illuminista alla filosofia del disastro

Terremoto: dall’ottimismo illuminista alla filosofia del disastro

Dopo i continui allarmi terremoto delle ultime settimane, Filorosso mostra come questi disastri siano stati affrontati nella storia della filosofia, presentando la filosofia del disastro.

1322
0
SHARE

Questa settimana, come del resto è accaduto fin troppo spesso nell’ultimo periodo, siamo stati con il fiato sospeso per le nuove scosse avvertite in tutto il centro-Italia, compresi i nostri due comuni (qui l’articolo). Filorosso si era già occupato del terremoto nei giorni successivi ai tristi fatti di Amatrice, ma aveva deciso, anche per rispetto delle vittime di allora, di impostare la riflessione sulla solidarietà dimostrata da tutti coloro che avevano dato una mano in quei difficili momenti. Oggi, però, confortati anche dall’assenza di ulteriori perdite, se ne vuole occupare più da vicino, cercando spunti, come sempre, dalla storia della filosofia.

C’è un nome altisonante che indica quelle riflessioni che si sono occupate di terremoti, maremoti, tsunami, tornado e tutte quelle forza naturali che improvvisamente si sono scagliate contro gli esseri umani, privandoli della propria sicurezza, della propria quotidianità: la filosofia del disastro. Questo termine, coniato la prima volta probabilmente all’interno della filosofia illuminista per indicare le riflessioni compiute dopo i terribili eventi del terremoto di Lisbona del 1755, che distrusse gran parte della città, si è allargato fino a comprendere tutte le riflessioni sul tema, anche quelle precedenti. Il primo, infatti, ad averne parlato in termini simili a quelli che useranno gli illuministi è stato, come spesso accade, Platone: egli sosteneva che le catastrofi naturali, nonostante la distruzione che si portano dietro, fanno parte di una ciclicità normale e inevitabile che dobbiamo accettare e che deve essere per noi un elemento consolatorio, in quanto dopo la distruzione la natura rigenera sempre il mondo dimostrando la sua reale magnanimità. Simile furono le argomentazioni dei filosofi cristiani medievali, che ponevano il male, e quindi anche le catastrofi, in un progetto provvidenziale più grande che gli individui comuni non possono comprendere.

Questo ottimismo platoniano, venne ripreso e aumentato dai primi illuministi, quelli che vivevano un’epoca di cambiamento mai visto prima e per questo di fiducia, inizialmente incontrastata, nel mondo. Basti pensare alle riflessioni di Leibniz o di Pope, i quali sostenevano che il nostro è il miglior mondo possibile e che le catastrofi fanno parte di un progresso inarrestabile garantito da Dio.

Poi arrivò il terremoto di Lisbona. Improvviso. Distruttivo. Inspiegabile. Ora come allora sconvolse la vita di chiunque ne fosse stato testimone. Voltaire e Rousseau, due dei filosofi più importanti del periodo, ebbero una discussione scritta sul tema dopo questo evento che è passata alla storia. Voltaire, da sempre sostenitore dell’ottimismo cosmico alla Liebniz viene totalmente sconvolto dagli eventi e chiede a Rousseau come sia possibile credere ancora alla bontà intrinseca del mondo, arrivando anche a ipotizzare che sia Dio a volere che il mondo sia malvagio e che la cattiveria più grande che i filosofi possano fare e continuare a far vivere il mondo in questa illusione. Rousseau rispose in modo sorprendente: la colpa non è di Dio, la colpa è nostra! Dio non aveva certo obbligato gli uomini a costruire ventimila case attaccate, alte e troppo vicine. Una sorta di critica al piano urbanistico fuori da ogni tempo. Una critica che, però, va oltre sostenendo che Dio ha creato le catastrofi come monito alla ricchezza e all’avidità dell’uomo: quando questa supera un certo limite, va fermata, anche in questi modi disastrosi, in modo da richiamarli ad una più corretta morale.

Come si può comprendere bene queste tesi, nella loro brevità, hanno aperto un mondo di riflessioni; tengo però, in conclusione a questo articolo, ad indicare quelle per me più importanti. La prima è che, a mio avviso, qualsiasi ottimismo razionale, come quelli illuministi, può consolare solo chi non ha davvero vissuto la tragedia del terremoto. Chi ne è immerso, non può essere interessato al fatto che tutto questo corrisponda ad un progetto divino, ma vive soltanto la distruzione, l’aver perso la propria sicurezza, la propria identità. La seconda considerazione è che questa domanda, questo urlo disperato di un “perché è successo?” rimanda sempre alla domanda chiave in tutta la filosofia, perché c’è il male? Perché c’è la morte? Domande che non possono essere affrontate in un articolo di giornale. La terza ultima conclusione, con la quale vi lascio, è in realtà una domanda importante a cui proverete a rispondere voi stessi: ma se le catastrofi, come dice Rousseau, sono create per richiamare la nostra avidità, o semplicemente sono lo sfogo della natura che poi ricostruisce, quale potrà essere l’effetto di un’umanità sempre più pervasiva e insopportabile per la nostra terra, sempre più pesante, sempre più avida e sempre più imponente? Ma sopratutto quale sarà la reazione finale della terra stessa, prima di una sua ricostruzione?

Fonti:

  • Platone, Timeo,Laterza Editore, 1970

  • G. Leibniz, Saggi sulla teodicea. Sulla bontà di Dio, sulla libertà dell’uomo, sull’origine del male, San Paolo Edizioni, 1994

  • A. Pope, Saggio sull’uomo, a cura di A. Zanini, Liberlibri, Macerata 1994

  • Voltaire, Poema sul disastro di Lisbona, prefazione

  • J.- J. Rousseau, Lettera a Voltaire sul disastro di Lisbona

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY