Filorosso & Carola, quando l’etica supera la legge

Filorosso & Carola, quando l’etica supera la legge

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Questa sera, alle ore 21.00, in Piazza della Pace avrà luogo un presidio spontaneo a sostegno di Carola Rackete (per tutti i dettagli). Per tale occasione, e visto il dibattito che in ogni livello si è generato negli ultimi giorni, anche Filorosso coglie l’occasione per interrogarsi, a suo modo, su cosa è accaduto e su cosa dovrà ancora succedere nel caso Seawatch 3.

I fatti sono inutili da ricordare, ormai tutti i lettori sanno a memoria cosa è accaduto: i giorni in mare, la decisione della capitana, la risposta del “capitano”-ministro dell’interno. Bene. Insomma in realtà non benissimo. Partendo da questo presupposto si sono sostanzialmente sviluppate due posizioni forti nell’opinione pubblica, con le varie sfumature nel mezzo: da una parte coloro i quali considerano la scelta di Carola una scelta coraggiosa, fatta contro leggi ingiuste e spinta da quello che nel diritto italiano viene indicato come “Stato di necessità”; dall’altra chi accusa la capitana di aver agito contro la legge, di aver invaso lo stato italiano e di aver anche messo a repentaglio la vita dell’equipaggio della guardia di finanza.

Lo dico subito, sono scontato, ma io sto VERAMENTE con Carola. Come sempre la mia fiducia nella magistratura non cambia e aspetto che si pronunci sull’effettivo stato di necessità o meno degli atti compiuti dalla giovane ricercatrice tedesca. La vicenda della Seawatch, però, non risveglia in me soltanto questa fiducia, ma scava più nel profondo anche nei miei studi universitari, nei miei inizi politici più e sinistra di come mi definisco oggi, e ancor più in generale nel mio senso di responsabilità. Già, senso di responsabilità. La responsabilità nei confronti della vita delle persone vi chiederete voi? Eccolo, ancora il solito buonista, il solito comunista con il rolex che mette avanti interessi che non sono quelli dei veri italiani patriottici che tanto vanno di moda oggi. Eh no, questa volta non ci sto ad accollarmi questa ormai consueta definizione.

Il senso di responsabilità è quello che provo nei confronti della storia e che, prima o poi, dovremmo affrontare tutti noi. Nel nostro passato, e neanche troppo lontano come ultimamente ci spingono a credere, già più volte il popolo europeo ha dovuto rispondere a responsabilità enormi nei confronti della storia. Hannah Arendt in questo caso torna ad essere il punto di riferimento della nostra rubrica. Nei suoi libri, soprattutto nella banalità del male, l’autrice tedesca ci fa riflettere su un punto fondamentale che oggi come allora vale. Siamo sempre giustificati ad agire secondo la legge? Dobbiamo sempre essere pronti a dire di sì anche se in quel momento la legge ci sembra disumana, priva di valori e di eticità? Tutto è lecito se è secondo la legge? La risposta non può essere sempre Si. La ribellione, la coscienza, i valori certe volte devono avere il sopravvento, con le conseguenze del caso.
Senza che molti di noi se ne siano accorti oggi siamo di fronte ad un momento storico che chiamerà tutti a testimoniare su una nuova tragedia, un nuovo olocausto, un nuovo massacro in cui se non ci muoviamo saremo irrimediabilmente complici, quello dei milioni di africani che prima abbiamo affamato con il nostro colonialismo e che adesso vogliamo lasciare o in mare o alla mercé della Libia o delle guerre e della povertà dei paesi di origine. Aiutiamoli a casa loro, mi viene detto, ma questo è una frase vuota se non si capisce che ha bisogno di tempi, di investimento e di impegno e che nel frattempo si deve intervenire nell’immediata disperazione di queste persone. Carola ha fatto una scelta coraggiosa e pericolosa, noi invece cosa vogliamo essere? Dobbiamo ergerci, essere diversi, non essere i moderni Eichmann che un giorno saranno chiamati a testimoniare. La storia chiede sempre il conto… da che parte vogliamo stare?

FONTI:

  • Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Trad. P. Bernardini, 2013

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