Italia Nazionalpopolare

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Non ha sbagliato Claudio Fasulo, il vicedirettore di Rai Uno, quando domenica in conferenza stampa ha definito il Festival di Sanremo una preghiera laica. Dopo settant’anni di presenza sulla rete ammiraglia del servizio pubblico, il Festival è diventato un appuntamento irrinunciabile e di fondamentale impatto sulla realtà sociale italiana.

In qualunque modo se ne parli, comunque nella prima metà di ogni febbraio di Sanremo si parla: che lo si lodi, che lo si critichi aspramente, che ci si vanti di non guardarlo e di disprezzarlo, che ne si tenti una lettura descrittiva e critica, da curiosi spettatori non appassionati, come è il caso degli autori di questo articolo.

Sanremo rappresenta l’anima più profonda di questo Paese, conservatrice, nazionalpopolare, indomitamente democristiana. Ma in fondo anche spensierata e creativa, promotrice di musica in tutto il mondo e in grado di unire le famiglie e sanare, almeno temporaneamente, tensioni e fratture sociali.

A dir la verità, la musica ha ormai un ruolo sempre più marginale, vista la bassa qualità dei concorrenti in gara, la bassissima qualità dei brani presentati e un corollario di eventi, ospiti e comparsate che offusca l’elemento musicale.

A rubare la scena sono l’inspiegabile Georgina Rodriguez, su quel palco per non si capisce bene quali virtù a parte il fatto di essere la compagna di Cristiano Ronaldo (che immagine della donna!), Achille Lauro, degno di nota per i travestimenti che riescono a coprire il suo vuoto totale come cantante, la lite di Morgan e Bugo, che al netto della ridicola sceneggiata presentavano addirittura una delle più belle canzoni in gara.

Fuori da queste melme, una luce l’ha regalata Roberto Benigni, che sebbene sia stato lungo e a tratti forse esasperante è riuscito a portare all’Ariston la divulgazione di un meraviglioso testo, il Cantico dei Cantici, inno all’amore puro e carnale fuori dai filtri di due millenni di cristianesimo.

Testo forte ed esplicito, non a caso non ha suscitato l’entusiasmo della platea sanremese, che non si è neppure alzata in piedi: vecchio e inscalfibile conservatorismo catto-italico.

E’ vero, è difficile accettare che il dissacrante comico Benigni, quello di Berlinguer ti voglio bene, del Mostro e dei canti sulle proprietà di Berlusconi, si si sia trasformato in un composto divulgatore di Bibbia e Divina Commedia; però bisogna comprendere che il tempo passa, e che un artista ha anche la necessità fisiologica magari di entrare in nuovi mondi.

Più in alto di Benigni si colloca in questo Festival la presenza sul palco di Paolo Palumbo, il rapper malato di Sla che ha commosso l’Italia per la sua tenacia, per quell’incredibile attaccamento alla vita che si manifesta nella prosecuzione di ciò che si ama fare.

Amadeus è stato un padrone di casa affabile e impeccabile, ben attento a seguire la linea che per questo Festival la Rai gli aveva imposto. Niente politica era la parola chiave, e infatti la politica non c’è stata. Dopo le polemiche sovraniste dell’anno scorso in seguito alla vittoria di Mahmood, decretata dalla giuria di qualità, viale Mazzini ha pensato bene di eliminare il problema alla radice e di eliminare suddetta giuria.

Imbarazzante è stata invece la censura a Roger Waters, che aveva preparato un breve video di saluto da proiettare nel corso della trasmissione: il fondatore dei Pink Floyd, uno dei più grandi artisti della storia della musica mondiale, è stato messo da parte, ufficialmente per motivi di scaletta.

Facile intuire che dietro a questa scelta ci sia la volontà di non dare spazio ad un personaggio che da anni si batte manifestamente per la causa palestinese. Meglio Achille Lauro d’altronde. Al di là di ciò, per una settimana si è parlato di altro che delle solite faide politiche, e il Paese ha respirato il consueto buon odore dei fiori sanremesi. Anche noi, solitamente impegnati a scrivere di altro, ci siamo cimentati in una inedita critica di spettacolo, in cui non possono non entrare elementi sociali, culturali e politici del BelPaese.

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