Tav, Papeete e scissioni

    Tav, Papeete e scissioni

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    Il copione politico che stava accompagnando quest’estate non sembrava molto diverso da quelli già visti negli scorsi mesi. Come se i problemi di questo Paese non fossero evasione fiscale, corruzione, lavoro, giustizia sociale e via discorrendo in una lunga lista, a monopolizzare il dibattito politico erano sempre la questione immigrazione da una parte e la questione Tav dall’altra. Come in un forzato imbuto si continuava ad andare a parare nei soliti argomenti, facendo emergere un quadro distorto secondo il quale la minaccia più grande sono fantomatiche orde di clandestini e l’unico motore per far ripartire l’Italia è un treno alta velocità decantato da oltre vent’anni e costato milioni di euro inutili. Il colpo di scena è arrivato in Parlamento la settimana scorsa, quando in seguito ad una sacrosanta mozione del Movimento 5 Stelle contro il Tav si è venuto a formare un inedito fronte che ha riunito partiti dalla Lega sino al Pd in un voto contrario alla proposta.

    Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha preso la palla al balzo e ha dichiarato aperta la crisi di governo, potendo quindi avviare in maniera ufficiale quella campagna elettorale che egli di fatto non ha mai interrotto dal voto del 4 marzo 2018. Il Salvimaio pare dunque arrivato alla fine di una traballante corsa durata 14 mesi, arco temporale che è servito a Salvini per accrescere esponenzialmente il proprio consenso e ai 5Stelle per dimezzarlo, grazie ad un atteggiamento servile nei confronti dell’alleato e alle conseguenti decisioni di votare ogni porcata possibile, dalla non autorizzazione a procedere contro il ministro sul caso Diciotti sino al Decreto sicurezza bis. Il nostro Paese si trova di nuovo a ballare nell’incertezza di proclami roboanti, accordi sottobanco e slogan da elezioni, un balletto disgustoso almeno quanto quello di Salvini al Papeete; mentre il Capitone inciampa sul caso Russia, tra un giro in moto d’acqua e un’invocazione al santo di turno, l’economia italiana affonda e all’orizzonte si profila un drastico aumento dell’Iva in caso di mancata approvazione della legge di bilancio.

    E’ difficile dire quale sarebbe la soluzione migliore di fronte a questo scenario, anche perché le posizioni tradizionali degli avversari del governo sono mutate radicalmente, con buona pace della cara vecchia coerenza (valore ormai non più di moda, nei paesini come nei palazzi romani): l’ala del Pd che era sempre stata aperta ad un dialogo coi 5Stelle adesso si chiude a riccio e non vuol sentire neppure nominare ipotesi di accordi, mentre colui che aveva ostentato a oltranza l’idea di un governo col Movimento dopo il 4 marzo, Matteo Renzi, sta facendo ora calcoli ben diversi e si dice pronto ad aprire a Di Maio, pur di scongiurare il voto. Sembra anche che l’incorreggibile ex segretario stia anche progettando una scissione nel Pd per uscire e portarsi dietro tutti i suoi senatori e deputati, destinati a confluire nel nuovo partito “Azione civica”. Fosse la volta buona! Ma che lo facesse davvero Renzi di mollare finalmente gli ormeggi e costruire la dimensione politica che più appartiene a lui e ai suoi seguaci, ovvero una forza di centro di chiara visione liberista. Il Pd si potrebbe così liberare della sua più pesante zavorra, anche se i suoi problemi di certo non finirebbero, a cominciare dalla questione di una segreteria ambigua e priva di carisma. Avremmo tutti bisogno di tornare a credere in qualcosa, di sapere di poterci ritrovare in una forza maggioritaria i cui valori sono anche i nostri: sarebbe tanto bello quanto necessario, perché lasciare il Paese a Salvini e ai suoi “pieni poteri” è quanto di peggio possa accadere.