Nel giardino dei tigli di Ilaria Occhini

Nel giardino dei tigli di Ilaria Occhini

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Firenze non può non dedicare un saluto profondo a Ilaria Occhini, scomparsa a 85 anni. Piange la Cupola che lei amava e quel giardino colmo di tigli nella bella Firenze del tempo dei lustri, degli intellettuali, degli artisti, tutti invitati a sedersi e raccontarsi al cospetto gentile del nonno materno di Ilaria, Giovanni Papini. Facile fermarsi nel giardino della villa Guerrazzi, dove una borghesia curata, fervida popolava la corte fiorita del giardinetto e il nonno con fare gioioso accoglieva gli ospiti che venivano a Firenze, facendo dell’umano pensare e scrivere la forza di una città che accoglie il visitatore e l’amico di ogni dove. Da Cicognani a Soffici, Ilaria lascia un ritratto realistico di alcuni personaggi autentici del tempo, parti indelebili del suo diario.

Figlia d’arte, di intelletto, con un DNA forte politicamente, prova quasi da subito un delicato senso di pudore nel non mostrarsi o fare della sua bellezza una volgare corazza. Suo nonno paterno, il giornalista scrittore e politico Pier Ludovico Occhini, divenuto dopo un incarico di sindaco di Arezzo nel 1909, senatore del Regno nel 1934. Suo padre Carlo Luigi Occhini, uno storico dell’arte conosciuto e stimato, per cui avrà il soprannome di Berna, come il pittore senese. Fonderà anche la rivista “Italia e Civiltà” dove collaborerà il filosofo Gentile. Da qui e dalle colpe di non sottrarsi al fascismo, il grande rifiuto di Firenze verso le due famiglie e la fine di un periodo rigoglioso dentro lo splendido giardino del nonno materno. Così cambierà l’amore di Ilaria per la città toscana dei suoi primi 18 anni, non capace in quegli anni di distinguere il bene dal male, come ogni fine di una Grande Guerra non seppe fare, trovando a volte ingiustamente capri espiatori ovunque. Ilaria descrive il nonno materno come l’uomo più buono, altruista e colto che avesse mai conosciuto, incapace di provare odio o riluttanza verso qualcuno e per questo da porgere a Firenze sempre come baluardo di saggezza.

Ilaria dopo essersi diplomata al liceo Michelangelo di Firenze, anticipato da un breve periodo al Poggio Imperiale, impara purtroppo a nascondersi, proprio come il padre Berna, costretto a sfuggire a coloro che lo ritenevano un sostenitore del fascismo per non essersi schierato apertamente contro. Il pregiudizio entra nella vita degli Occhini e Firenze cercherà Ilaria solo dopo che sarà divenuta una attrice dalla classe irraggiungibile, per consacrarla come una attrice unica del Film su Puccini, che vedrà anche la partecipazione di Alberto Lionello. Nel periodo fiorentino in cui il nobile sguardo della cupola torna in lei intensamente, entra a far parte della Compagnia dell’Alberello, dove conosce anche il grande interprete Paolo Poli. Proprio questo personaggio , si metterà a leggere al nonno di Ilaria, ormai cieco, passi teatrali di una bellezza inconfutabile, dandogli l’illusione di un tempo che fu e di un giardino ancora fiorito di tigli. L’ amore indelebile per il nonno sarà la base di un altro grande solido amore, quello per il marito La Capria, scrittore riconosciuto, che le sarà accanto per ben 58 felici anni, fino al giorno della sua morte, dove svela di non averla voluta vedere morire per non perdere l’illusione della sua bellezza, non solo fisica ma intima.

La stessa bellezza dei giorni della gelosia che la vedevano lontana da lui durante le serate in teatro. Lui autore straordinario che si fidava del suo cuore e l’ aspettava. Lei che era rimasta umile anche quando la possente Roma l’aveva consacrata attrice per sempre donandole una città orgogliosa di lei. Lei che aveva amato Roma con tutta se stessa per finire perfino ad occuparsi delle vigne di famiglia e diventare una produttrice di vini. Arezzo la città reale quella dove era nata e dove dal principio alla fine si sentiva semplice. Non sentiva risentimento per Firenze ma neppure quel vado spirare di nostalgia come aveva sentito Dante Alighieri. Era parte del suo passato e in quantità indescrivibile patrimonio del ricordo del nonno. Non aveva mai provato invidia verso gli uomini della sua vita, tutti famosi e alla ribalta. Sentiva di essere nata semplice in un mondo di diamanti. La perdita precoce della madre l’ aveva resa dolce verso gli altri, senza odio per la natura stessa.

Ecco il perché di quel suo sorriso accarezzato fino in fondo da suo marito, ecco perché la sua figura resterà nobile nei tratti per sempre. Lo stile innato, le movenze pacate, dentro una vena ribelle e autentica. Mai prima donna, mai protagonista sullo schermo e una delle poche che anche nelle terza età non si vergognava di mostrare le rughe con naturale movenza. Da Benvenuti in Casa Gori in poi, la sua immagine ha saputo entrare nelle case degli italiani. E oggi il mio frammento va a posarsi sotto quel tiglio profumato che forse vide narrare le parole dei dialoghi che seguiva, oppure la perdita per la mamma o il sogno per una Firenze che amo pensare celebri per sempre.

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BREVE CURRICULUM VITAE: “ Mi chiamo Sabrina Merenda e sono una Pedagogista intrepida, specializzata in Psicologia Dell’ Età Evolutiva. Ho varcato da tanto il mondo dell’editoria con la pubblicazione di tanti testi di Antropologia, Storia, Romanzi, Novelle. Premi e riconoscimenti importanti hanno incoraggiato il mio cammino ma tramite il Giornalismo ho realizzato il mio obiettivo di portare la notizia ad essere il trampolino di qualcosa che va oltre l’informazione, per concretizzarsi in una nicchia dedita alla Biografia Umana: singola o di gruppo, territoriale o privata. Mi interessa l’iniziativa dell’uomo in generale. Nella mia Rubrica Slidelife c’è uno spazio speciale dedicato ai bambini e ai giovanissimi, nel tentativo di dargli una visibilità umana rivolta ai loro intenti o alle loro imprese. Sono la creatrice dei Corsi Geniuspen rivolti ad un approccio Giornalistico fra i giovanissimi e gli Over. L’Etica e il rispetto di essa è il mio valore più grande. Non ascolto cosa la gente dice ma quello che la logica spiega. Credo nell’impossibile perché scrivere oggi è difficile ma sono qui e amo il mio lavoro con tutta me stessa. Ogni volta che narro una vita, un’impresa, una sfida, vivo a 360 gradi la vita degli altri e ascolto senza registrare perché dico solo quello che il mio interlocutore vuole ma ascolto la sua vita oltre.”

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