Il fuoco della Memoria, nemico dei fanatismi, contro chi ne denigra il...

    Il fuoco della Memoria, nemico dei fanatismi, contro chi ne denigra il valore storico e sociale

    25 aprile e 1° maggio sono appena trascorsi, cosa resta di queste ricorrenze?

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    Filorosso, per una volta, vuole essere banale. Già perché nel mondo di oggi parlare di memoria storica, di ricordo, di difesa di certi ideali significa nella migliore delle ipotesi essere banale. Nella peggiore essere un buonista lontano dalle dinamiche della gente. Del popolo, legittimatore ignaro e innocente di ogni sopruso. 

    L’occasione è quella di due date che per la mia coscienza civile sono e rimarranno sempre fondamentali: il 25 aprile e il 1 maggio, trascorse da poche ore. Intanto ricordiamo, che fa sempre bene. Il 25 aprile è la data della nostra liberazione, della resistenza, dell’omaggio a chi ci ha donato la libertà. Libertà di esprimersi, di votare, di lottare per i nostri diritti. Una libertà non di parte, non donata solo ai “buonisti” o ai piddioti etc, una libertà donata a tutti noi. Sicuramente una libertà usata in modo quantomeno discutibile negli ultimi tempi, ma sempre libertà rimane.

    La libertà come partecipazione, citando Giorgio Gaber, e come occasione di realizzazione personale, di affermazione dei propri diritti, come quello del lavoro. È in questo modo ci ricolleghiamo all’altra festa che viviamo in questi giorni, dovuta anch’essa ad un ricordo. Il ricordo di altri resistenti e lottatori, gli operai che nel 1886, a Chicago e poi in tutta Europa, hanno affermato il diritto ad un lavoro dignitoso, le famose otto ore, morendo per questo. Come sempre in Italia non ci siamo arrivati un po’ dopo rispetto agli altri, ad inizio ‘900 quando le nostre mondine cantavano il famoso “Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar..” ma comunque ci siamo arrivati… Veramente? No. 

    Il dibattito nel mondo politico italiano oggi si concentra sul reddito di cittadinanza (quando va bene) e sull’immigrazione (quando va male) ma nessuno che parli del fatto che conquiste teoricamente garantite ormai 100 anni orsono sono un palliativo, un diritto sempre più per pochi. Il tema del lavoro, del lavoro nero, dello sfruttamento, della crescita a tutti i costi non si risolve parlando né di reddito di cittadinanza né di lotta al fenomeno migratorio, lo si affronta con riforme concrete. Ricordare, usare la memoria, significa anche questo: agire ogni giorno, nel nostro piccolo o in grande se si fa politica nazionale, perché tali battaglie non siano inutili e dimenticate. Come direbbe Kant, agire perché l’uomo utilizzi la propria «facoltà di rendersi volontariamente presente il passato», non incorrendo così negli errori già fatti. 

    Già, dimenticare. Da sempre chi ha cercato di affermare un’ideologia di violenza, di fantatismo o di fascismo ha cercato di cancellare. Cancellare la memoria per minare la resitenza, la lotta, la critica. Da Hitler e il suo rogo di Libri – accadde il 10 maggio del 1933 a Berlino e in altre città della Germania nazista, 25.000 volumi non tedeschi arsi “vivi” – a Mussolini e il suo rapporto con gli intellettuali antifascisti, dalla rivoluzione culturale in Cina alla rieducazione criminale del dittatore cambogiano Pol Pot, capace di sterminare un quarto della sua gente in quattro anni (1975-1979) di “rivoluzione” Khmer: l’intellettuale, colui che aveva studiato dunque poteva ricordare e tramandare, opporsi pertanto all’idea dell'”uomo nuovo” – comune alla follia di molti sadici tiranni – venne individuato come il nemico interno da cacciare e sterminare. Chi portava gli occhiali veniva giustiziato poiché certamente persona colta, con un passato da studente, con una memoria storica. Chi non riusciva a salire su una palma veniva ucciso, era evidentemente un letterato, non utile alla causa contadina degli Khmer Rossi.

    Ancora, dall’ ISIS con i simboli culturali in Siria fino (solo per i Nerd) al NightKing con Bran in GoT. La memoria è una difesa culturale e verrà sempre attaccata nei momenti grigi, che preannunciano quelli neri. E allora vi lascio con una domanda, sicuramente buonista, sicuramente scontata, sicuramente attaccabile (ancora con questo fascismo? Ma su!): dove potrà andare la nostra Italia se il suo primo ministro, sempre armato di elmetto e mitra come sappiamo, decide che il 25 aprile non è una data da festeggiare? 

    Fonti: 

    – H. Bergson, Materia e Memoria, Laterza, 1996 

    – I. Kant, Antropologia dal punto di vista pragmatico, Einaudi, 

    – Le mondine, Se otto ore vi sembran poche, 1906 

    – G. Gaber, La libertà, Far Finta di essere sani, 1973

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    Dal 1992 su questa terra, laureato in Filosofia ed impegnato socialmente. In camera, dentro ad una cornice, conservo la memoria di Voltaire, filosofo ispirato e d'ispirazione.