Complici di Erdogan

Complici di Erdogan

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Non potevano che fare scalpore i saluti militari dei giocatori turchi al termine delle recenti partite di qualificazioni all’Europeo 2020. Al pari di quelli esibiti sui social in foto e post corredati di frasi guerriere e bandierine turche, i saluti con la mano tesa dei sudditi del Sultano Erdogan indignano tutti coloro che si sono schierati al fianco del popolo curdo del nord della Siria, attaccato via terra e via cielo dallo scorso 9 ottobre in un’operazione macabramente ribattezzata “Primavera di pace”. Il governo di Ankara ha scelto di garantire la propria pace portando la guerra in casa d’altri, nello specifico in quella di una minoranza vessata da decenni, una nazione senza Stato che oltre ad essere divisa in una molteplicità di Paesi si vede adesso nuovamente sotto attacco bellico: i curdi sono da sempre per la Turchia un nemico, ed Erdogan rappresenta il tragico apice di una politica guerrafondaia e intollerante mossa nei loro confronti. Il mondo occidentale ha naturalmente condannato l’attacco turco, ponendo l’accento soprattutto sui saluti militari nei campi di calcio: su questo i vari organismi del pallone e società hanno minacciato o in certi casi anche attuato provvedimenti concreti.

Lungi dal giustificare i gesti dei calciatori in maglia rossa, certi atteggiamenti hanno sempre fatto parte del mondo sportivo e non solo in ogni contesto di dittatura e esasperato nazionalismo. Dai saluti fascisti degli azzurri nel Ventennio al sostegno ai boia di Srebrenica da parte dei serbi negli anni Novanta, in determinate situazioni lo sport si identifica con i regimi politici, e ciò avviene anche per necessità e timore di ritorsioni. Prendersela con gli atleti turchi è inevitabile, ma è anche la cosa più facile. L’Uefa non ha grossi problemi nel condannare le mani tese sulla fronte, ma ne ha ben di più nel cambiare la sede della finale di Champions in programma a Istanbul: quando in gioco ci sono interessi economici il moralismo di Nyon diventa molto più all’acqua di rose, con il vicepresidente Michele Uva che si affretta a bollare come “affrettate” e “premature” simili proposte. Non è solo l’Uefa, ma è tutto il mondo occidentale a tirarsi indietro di fronte alla possibilità di agire davvero contro Erdogan.

Trump parla di voler distruggere l’economia turca, ma è stata proprio la sua decisione di ritirare le truppe Usa dalla Siria ad aver spianato la strada al Sultano. L’Europa come al solito è incapace di prendere una posizione e fare realmente qualcosa, dimostrandosi per l’ennesima volta un manipolo di individui pavidi e fuori dal mondo, preoccupati di togliere l’ora legale e riprendere i Paesi membri per lo sforamento di qualche virgola di percentuale sul PIL ma non di smettere di vendere le armi alla Turchia; chi prende una decisione lo fa invece in modo ipocrita, vedi l’Italia, la quale ha varato uno stop alla vendita di materiale bellico che però non va a toccare gli accordi già presi. Quindi, una mossa del tutto inutile. Anche l’Onu si unisce a questa platea di spettatori a braccia conserte, rinvigorendo una tradizione che vede la comunità europea e le Nazioni Unite vergognosamente complici di violenze, massacri e genocidi, dalla guerra in Bosnia a quella nello Yemen, dall’invasione dell’Iraq alla carneficina del Ruanda. Gli ultimi della Terra rimangono a prendersi le bombe e le fucilate, noi tiriamo fuori ipocrisia e codardia. I sommersi e i salvati. Stavolta tocca ai curdi, in una giostra senza fine nel lugubre segno della complicità.

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