Noi siamo gli stranieri

    Noi siamo gli stranieri

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    Che triste, barbara follia sta pervadendo tutti noi. Se potessimo vederci dall’alto, da una sorta di prospettiva museale della volta celeste, quanto miseri e dissennati ci sembreremmo. Il caso della Sea Watch è solo l’ultimo di una lunga serie di simili episodi con i quali abbiamo imparato a convivere in questi mesi. Una barca con a bordo qualche decina di disperati riesce a sopravvivere al Mediterraneo e arriva in prossimità delle nostre coste, il Ministro dell’Interno Salvini fa la voce grossa e alza muri reali e ideologici, il Paese si spacca in due. Alla fine, i migranti riescono a sbarcare e a essere messi in salvo, grazie al coraggio di uomini e donne determinati, oppure se non insieme grazie all’iniquità delle propagandistiche misure salviniane.

    Il dibattito che ne segue è furente, aspro, tremendo, fatto di accuse e odio, sovranismi da bar e incessante ricerca di consenso sulla pelle di esseri umani. Già perché dietro la politica e i post sui social si nascondono persone come noi, divise soltanto dalla sfortuna di essere nate dalla parte sbagliata del mondo; a coloro che urlano e vomitano parole in eccesso non importa nulla delle vite che sono in gioco, non importa del loro futuro come non importa del loro passato, visto che l’unica cosa che interessa è crocifiggerli per la colpa di aver violato i nostri “confini”, di aver provato a scappare da un domani incerto, se non addirittura per non essere annegati negli abissi.

    Insieme al naufragio dei tanti che purtroppo ogni mese, ogni giorno perdono la vita nel vecchio Mare Nostrum romano, a naufragare sono le nostre coscienze, chiuse da una coperta di indifferenza sapientemente rimboccata dai propugnatori di nuovi e inquietanti nazionalismi. Proviamo un primitivo e quasi animalesco piacere nel marchiare tutti questi individui con “clandestino”, o “straniero”: “noi siamo quel niente che conta zero”, dice una canzone del musical “Notre Dame de Paris”. I diversi, gli ultimi, i dimenticati del mondo: “noi siamo gli stranieri, i clandestini”. Così sono quelle migliaia di esseri umani che bussano alla porta di un’Europa pingue e distaccata, e prima ancora di un’Italia incattivita dal bombardamento mediatico di vili predatori di consensi, in grado di creare un’emergenza che non c’è e innescare una tensione sociale di lotta tra poveri, mentre i veri problemi del Paese rimangono sotto traccia.

    Accade così che folle adoranti seguono ciecamente un personaggio come Matteo Salvini, da 25 anni politico mantenuto dalle nostre tasse, mediocre studente, assenteista di primo livello al Parlamento europeo, leader di un partito che ha rubato 49 milioni di soldi pubblici, impegnato in una crociata contro una Capitana di fatto e non di nome, Carola Rackete, ragazza tedesca di 31 anni, plurilaureata, conoscitrice del mondo, salita a bordo di una nave con lo scopo di salvare vite umane. Queste vite però a noi non interessano, perché l’universo si è rimpicciolito a schemi nazionali da fine Ottocento, a fili spinati di rancore e chiusura che credono di poter fermare fenomeni globali con decreti pseudosicurezza. Ci sono motivi precisi se siamo arrivati a tutto questo, comprese responsabilità di avversari politici incapaci di affrontare la questione immigrazione e anzi pronti per primi a voltare le spalle alle masse di disperati, accettando di farli rinchiudere nei lager libici.

    In fondo, altro non sono che stranieri. Pretendiamo di conoscere cosa sia l’alterità, o meglio di dominarla, arrivando persino a disconoscere il messaggio cristiano il nome del nuovo e più accattivante Vangelo secondo Salvini. Tra quei pochi barlumi di umanità a cui possiamo aggrapparci, rimanendo in ambito religioso, c’è papa Francesco: “nessuno è straniero”, ha detto il Pontefice domenica. Dio solo sa quando torneremo a ricordacene.

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