Giampaolo Pansa: una vita senza fanatismo

Giampaolo Pansa: una vita senza fanatismo

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Ci lascia il paladino degli oppressi o del “Ciclo dei Vinti”: il giornalista Giampaolo Pansa, classe 1935, nato a Monferrato. Colui che ha saputo mostrare nel momento più adeguato, ma anche più scomodo, le ragioni di chi stava “dalla parte sbagliata”.

Dal Fascismo e dai ferrati crimini intrapresi da uomini bestiali e inculcati in un meccanicismo storico, fino a coloro che senza salvaguardare i valori autentici della Resistenza si macchiarono di ingiustizie in falso nome di questa, per arrivare ai crimini privati, alla lotta per il bene materiale.

Tratti di una storiografia pura, studiata a tappeto, in nome della verità assoluta. Il suo è un giornalismo impastato con la vita, in cui si sottolinea la facilità insopportabile con cui l’uomo sbaglia, lanciandosi in estremismi e fanatismi assurdi, decretanti la sua fine.

Gianpaolo Pansa fu più volte accusato di essere un revisionista, ma solo perché la vita gli aveva messo in mano un cannocchiale: la penna.

Morto ad 84 anni, figlio di Ernesto, (che ricorderà in alcuni tratti della sua Rubrica, rammentando la Guerra di Trincea e la sartoria di famiglia), da subito si renderà conto di volere fare da grande lo scrittore.

La sua prima macchina da scrivere fu una Remington, usata, di terza mano. Con una scritta gialla oro sopra la patina nera. Diventa uomo, si Laurea in Scienze Politiche. Fa solo quello che ha sempre desiderato: scrivere, fare l’inviato, per poi reggere i fili di grandi testate.

Allievo di Alessandro Galante Garrone. Volto controcorrente, spudorato verista senza etichette, onesto nei valori. Boicottato e deriso, a volte per troppa schiettezza. Adorato da chi lo respirava nel quotidiano. Firma i più importanti quotidiani italiani. Segue la politica, ne rintraccia le trame e le transizioni.

Inizia con la Stampa nel 1961, poi il Giorno, il Corriere della Sera, il Messaggero, L’espresso, Epoca, Panorama con la sua famosa Rubrica. Un acume spiccato, amato e odiato al contempo, ma sicuramente onesto intellettualmente, incapace di mentire alla Storiografia, quella che non costruisce falsi miti o leggende, ma le gesta del bene e del male.

Eppure resta nella nostra storia per una immagine che ci lascia il figlio Alessandro, allora bambino: “Mio papà fa il giornalista e quando torna a casa la notte, svuota il frigorifero”.

L’occhio osservatore del ragazzino sigilla per sempre Giampaolo Pansa come uno di noi.
Alessandro Pansa sarà infatti il bene assoluto del grande giornalista, ma anche il dolore lancinante dei suoi ultimi anni, andandosene dalla vita terrena prima di suo padre.

Memorabile la lettera scritta per il figlio. La schiettezza con la quale non si vergogna ad ammettere di non conoscere di lui le intime impressioni, gli amici che aveva e di restarne sorpreso. Ci fa intuire tutto l’amore di un padre, che continua a esistere solo sapendo il figlio amato da chiunque. Un papà che ammette di ricordarlo non uomo, ma adolescente, mentre gli chiede un incontro con Pertini.

“Mio bel fieu avevi una cotta politica per il presidente di tutti, ricordi era il 1978? Conoscevi i suoi discorsi a memoria”.

Fu così che lo porto’ al Quirinale con lui, mentre era Inviato per scrivere
l’articolo su l’allora Sandro Pertini. Leggendo, il lettore se li immagina sempre insieme, oltre le notti e il tempo passato lontano. Tenera potenza di un amore paterno. Nella lettera scritta per il figlio, davanti al suo cadavere di soli 55 anni, scrive una delle riflessioni più belle che possediamo, così riassumibile:

“La guerra ricorda figlio mio, rovescia lo stato naturale delle cose, portandosi via i giovani, come adesso il male e la natura porta via te, invece di me”. Guerra e natura sanno essere crudeli. La prima voluta dall’uomo, la seconda inaspettata.

Fra i suoi scritti ad  84 anni, ricorda la compagna Adele, con cui si addormenta beato ogni sera. Rivede più volte davanti agli occhi, l’amore di Alessandro per sua madre, di cui non era invidioso, perché erano come Ginevra e Re Artù, mentre lui resta in eterno seduto alla Tavola rotonda a guardarli.

Vicedirettore della Repubblica, seppe sempre essere leale con la verità. Nel 2001 scrisse il Romanzo  “Le notti dei Fuochi” sulla Guerra Civile italiana del 1919-1922.
Rubricista autentico in tarda età, decreto’ il suo piglio giovanile nella cronaca del Disastro del Vajont o dello Scandalo Lockheed.

Oggi si addormenta per sempre, senza avere fantasmi o ipocrisie, nel ricordo di chi lo ha amato tanto, oltre il tempo e le bugie del mondo, ringraziandolo per avere sconsacrato il potere sotto tutte le forme bestiali. Raggiunge adesso l’adorato figlio.

Ci piace immaginarlo davanti al suo frigo, forse vuoto, forse pieno, a frugare di notte qualcosa da sgranocchiare, senza più soffrire per i fanatismi del mondo. Mangia e scrive. Libero.

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BREVE CURRICULUM VITAE: “ Mi chiamo Sabrina Merenda e sono una Pedagogista intrepida, specializzata in Psicologia Dell’ Età Evolutiva. Ho varcato da tanto il mondo dell’editoria con la pubblicazione di tanti testi di Antropologia, Storia, Romanzi, Novelle. Premi e riconoscimenti importanti hanno incoraggiato il mio cammino ma tramite il Giornalismo ho realizzato il mio obiettivo di portare la notizia ad essere il trampolino di qualcosa che va oltre l’informazione, per concretizzarsi in una nicchia dedita alla Biografia Umana: singola o di gruppo, territoriale o privata. Mi interessa l’iniziativa dell’uomo in generale. Nella mia Rubrica Slidelife c’è uno spazio speciale dedicato ai bambini e ai giovanissimi, nel tentativo di dargli una visibilità umana rivolta ai loro intenti o alle loro imprese. Sono la creatrice dei Corsi Geniuspen rivolti ad un approccio Giornalistico fra i giovanissimi e gli Over. L’Etica e il rispetto di essa è il mio valore più grande. Non ascolto cosa la gente dice ma quello che la logica spiega. Credo nell’impossibile perché scrivere oggi è difficile ma sono qui e amo il mio lavoro con tutta me stessa. Ogni volta che narro una vita, un’impresa, una sfida, vivo a 360 gradi la vita degli altri e ascolto senza registrare perché dico solo quello che il mio interlocutore vuole ma ascolto la sua vita oltre.”

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