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Pendolare, a metà tra due mondi

Non trovo modo migliore di presentare questo articolo, rifacendomi alla citazione del filosofo Hans-George Gadamer, che nel suo Verità e Metodo del 1960, ci dice: ‘L’essere che può venir compreso è linguaggio’. Solo colui che riesce a esprimersi viene capito, compreso in un cerchio o entrare in altri cerchi. Devid 991 ci mostra il doppio sacrificio di un ragazzo che ‘naviga’ felice in due culture, senza annaspare, senza perdere l’identità ma arricchendosi, conoscendo la Lingua italiana e donandola agli altri per sentirsi un cittadino completo. Niente asserzioni, per carità, solo il racconto di un’esperienza ‘gentile’. Capace di trasportarci in un mondo fatto di gruppi di varia tipologia, amici di varia nazionalità e il modo intelligente del protagonista di amalgamarsi a una società. La Lingua scritta il veicolo di tali fondamenta. Giorgio non lascerà le sue tradizioni, anzi, le porterà nel cuore, le racconterà fra i banchi di scuola, dove non sempre si ragiona come siamo abituati a sentire. La Lingua, può unire, capire, andare oltre, viaggiare alla ricerca di radici lontane e scoprire che a volte esistono similitudini e altre differenze condivisibili nello stesso mare e terra. E per non entrare in quello che non dovrebbe esser retorica ma semplicità, credo che questo articolo ci apra una finestra di vita particolare, in grado di arricchirci di un sapere rinnovato. 

Sabrina Merenda 

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Il viaggio culturale di un adolescente italiano, figlio di genitori stranieri. 

Giorgio è un ragazzo italiano a tutti gli effetti, nato in Italia da due genitori albanesi. Ci racconta del suo paese, della sua cultura, o meglio, dei suoi due mondi e delle due culture. 

Di come si sente pendolare tra due realtà, arricchendo il suo bagaglio e non svuotandolo. Sua madre Lisa non sa scrivere in italiano ma ha appreso la lingua parlandola e lui ha imparato inizialmente a dire le cose in albanese e poi pian piano in italiano. Quando è andato a scuola, sua madre si è sforzata di parlargli in italiano e di fianco a lui, apprendeva l’alfabeto e i segni grafici della lingua italiana.

A differenza dei ‘puri italiani’ doveva sforzarsi da solo a casa per assimilare e fare i compiti e nessuno poteva correggerlo o consigliargli e così si è affidato ai maestri, credendo in loro e sperando che vedessero il suo sforzo. Oggi è adolescente, vive nella bellissima Firenze, va abbastanza bene a scuola. Parla solo italiano e recupera il suo albanese solo quando va a trovare i parenti nella propria terra o quando si ritrova a Firenze con gli amici albanesi.

Ha doppi gruppi di amici e quando sta in un gruppo ne rispetta tradizioni e valori. Ha molti cugini albanesi che vivono a Firenze e cerca di aiutarli nei compiti che gli danno a scuola. L’italiano è il grosso problema e così Giorgio si siede vicino a loro e a rotazione li segue, dandogli quel che può di ciò che ha appreso, in modo che si integrino con la lingua, non solo parlata ma scritta e non restino tagliati fuori. Giorgio ormai capisce le difficoltà ma oggi sorride, visto che perfino sua madre Lisa manda messaggi su Whatsapp,scritti in italiano, a tutte le amiche. La sua compagna di banco Sara ci racconta che per lei Giorgio è possessore non solo di due saperi, due lingue, due tradizioni ma anche di due cuori, ogni volta che cerca di mediare e ascoltare gli amici di entrambe le parti.

Sara è rimasta colpita da una storia che Giorgio le ha raccontato sul matrimonio albanese. Una storia che le ha fatto vivere una favola moderna. Per la cultura albanese, il matrimonio è la celebrazione più importante che esista nella vita di una persona. Il Krushqijt si fa il sabato e prima della celebrazione del matrimonio. Altro non è che una grande festa a casa della futura sposa, dove vengono accolti tutti i parenti dello sposo per quasi un’ora. Prima della festa del matrimonio il futuro sposo può scegliere di praticare il ‘Valle’, ovvero fare tre notti di festa dove si balla e dove possono partecipare tutti i vicini del luogo dove vivi e gli amici anche meno stretti. Chi pratica questa tradizione, solitamente appartiene ai paesi più piccoli e poveri. Al momento in cui la sposa lascia la casa dei genitori si porta via con sé il Pajen: una valigia o baule colmo di vestiti che giorni prima vengono mostrati dai familiari alle persone del paese, curiose di vedere con quali abiti la sposa affronterà l’inizio del suo viaggio.

Il bagaglio viene caricato in macchina e fatto scendere solo da un maschio della famiglia: un buono auspicio sulla possibilità di far nascere un figlio maschio. Le donne vengono a prendere la sposa e cantano per lei canzoni malinconiche, capaci di mettere in risalto il suo allontanamento dalla famiglia di origine. Hanno lo scopo di far piangere la sposa per farle assumere la grande responsabilità di moglie e madre. In realtà tutti piangono ma solo perché vedono la loro bambina crescere e andar via di casa, con nuove gioie e responsabilità.

Giorgio ha seguitato il suo racconto, parlando del momento dell’uscita dei due sposi dalla chiesa, dopo la celebrazione. Si usa, infatti, far bagnare da una donna la strada di grappa e si lancia del riso, delle caramelle e monetine. Durante la grande festa del matrimonio, mentre gli sposi ballano, si lancia verso la sposa dei soldi. Con questi, la sposa pagherà il gruppo che è venuto a suonare. La festa dura dalle nove di sera fino alle cinque del mattino. Si può scegliere di notte di lanciare dei fuochi d’artifici.

Sara ammette che forse il tutto è un po’ esagerato ma che è affascinata dal forte valore che gli viene dato. Giorgio sorride e scherza con lei su Facebook, scrive rigorosamente in italiano, una lingua che ama tantissimo e che gli ha permesso di sentirsi completo e, forse, di conquistare Sara.

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