Generazioni a piedi

Generazioni a piedi

Dall’emendamento Marcucci- Puglisi, fino alla strategia del Piedibus utilizzata anche in Toscana, per approdare nei racconti della gente

866
0
SHARE

Ovviamente siamo tutti d’accordo sul fatto, confermato dagli psicologi dell’Età Evolutiva, che prima dell’età preadolescenziale, la quale segna l’inizio di un marcatore di sviluppo fisico e cognitivo, andare e tornare a scuola da soli, sarebbe un po’ precoce. Per quanto invece riguarda le Scuole Medie, la situazione cambia e si ritiene sia indispensabile conquistare progressivamente piccoli spazi di autonomia. Purtroppo, il Maggio scorso, a causa di un fatto drammatico, legato ad una vicenda del 2003, riguardante un ragazzino undicenne schiacciato da uno scuolabus, si è aperta un’inchiesta sulla validità di questa ‘autonomia’ sui preadolescenti. A sollevare la questione i Presidi sotto processo, che chiedevano a gran voce di essere esonerati da ogni responsabilità sull’obbligo di vigilanza al termine dell’uscita da scuola e della corrispettiva entrata. Non riuscendo a gestire tempestivamente questa richiesta, era stato riaperto un varco sulla validità di questa presunta autonomia. Dopo mesi di discussioni e controversie, proprio il 13 Novembre scorso c’è stata una risoluzione sull’uscita dalle Scuole Medie, con l’emendamento del Pd Marcucci-Puglisi, che esonera gli Istituti e i loro Presidi dalla responsabilità connessa all’obbligo di vigilanza. Ma a chi spetta allora questa vigilanza?

Senza dubbio ai genitori, che hanno la custodia del minore fino al compimento del diciottesimo anno di età. Detto questo, è chiaro che quando permettiamo a nostro figlio di andare e tornare da scuola a piedi, dobbiamo essere consapevoli della responsabilità che ci prendiamo, senza far carico ad altri di tutto ciò, infatti, autorizziamo le uscite e le entrate autonome con tanto di firma, esonerando la scuola da ogni responsabilità, mentre invece, la scuola e gli insegnanti hanno il dovere di vigilare sui ragazzi per tutto il tempo in cui essi sono a scuola. Chiarito questo, non resta che da decidere se accompagnare in auto o a piedi i nostri figli o mandarli da soli, con la stessa determinatezza e convinzione che ha contraddistinto i genitori delle generazioni precedenti. Ci saranno come sempre genitori favorevoli e genitori contrari, ma almeno convinti delle loro responsabilità.

Sono anche comprensibili le preoccupazioni dei genitori delle nuove generazioni, in quanto a differenza dei tempi passati, il traffico è aumentato e anche i pericoli ad esso connessi. Forse basterebbe concentrare un maggior controllo da parte dei vigili della zona ‘scuola’, nelle fasce di ‘punta’…entrata, uscita. Il dibattito è molto acceso anche sul Web dove si ipotizzano uscite intelligenti, smaltendo il ‘traffico dell’uscita’, ma anche qui…come determinare gli scaglioni di uscita? Insomma, forse si tratta solo di liberarsi dalle paure, responsabilizzare i ragazzi verso una maggiore attenzione e senza dubbio di ricordare a chi si trova al volante, di tenere presente che le ore più ‘delicate’ e a ‘codice rosso’, sono quelle in cui i ragazzi entrano ed escono da scuola. Il buon senso è senza dubbio la regola d’oro più rassicurante.

Ci sono anche Comuni toscani che hanno optato per l’organizzazione di un Piedibus, come ad esempio a Torrita di Siena o, rimanendo vicini alla nostra realtà, Bagno a Ripoli. Un servizio che sta avendo un grande successo in molti paesi d’Europa. Il servizio è ampiamente documentato su un sito apposito che può servire da base per qualsiasi plesso lo voglia realizzare. Lo slogan che lo rappresenta, lo presenta a tutti come un servizio sano, sicuro, divertente ed ecologico, gestito da adulti volontari, che si alternano ogni giorno all’entrata e uscita da scuola. E chi è interessato a realizzarlo come deve fare?

Il sito offre delle chiare direttive, tipo dall’iniziale contatto con il direttore didattico per presentare un progetto di Piedibus, fino a fare un’indagine preliminare sulle possibili aderenze e quindi valutare le domande d’iscrizione al progetto. Successivamente, analizzare un possibile itinerario con una mappa delle zone, a seconda dei punti di residenza dei bambini che hanno aderito e iniziare con l’appoggio di un convinto numero di volontari. Il servizio deve essere sempre attivo durante i giorni di scuola e avere un registro delle presenze e delle assenze. I ragazzini devono indossare indumenti ad alta visibilità e i genitori che aderiscono al progetto, devono firmare una lettera di adesione. Insomma, un progetto ambizioso, ormai attuato a livello internazionale. Molti ricorderanno, sorridendo, il Film, Il Diario di una Schiappa, dove il buffo e impacciato protagonista preadolescente si cimenta nel compito di guida del Piedibus…ovvio che nessun luogo al mondo permetterebbe questo da parte di un minore….Avanti allora ai volontari adulti! Resta il fatto, che nonostante l’approvazione dell’emendamento molti genitori sono preoccupati. In proposito ho provato a chiedere muovendomi per i luoghi più urbanizzati di Firenze, quanto regna questa preoccupazione e a farmi raccontare da qualcuno più anziano, perché un tempo non si preoccupavano i genitori. Solo questione di minor traffico o qualcosa di più?

Il risultato è stato sorprendente e qui di seguito vi riporto alcuni racconti:

“Ho 80 anni e vivo a Rifredi, un quartiere ormai fortemente urbanizzato e in continua evoluzione. Quando ero bambina si camminava per strada normalmente e i bambini facevano lunghi tratti a piedi per raggiungere la scuola. Tutto ci sembrava normale. I pericoli c’erano ugualmente, non meccanici ma di altro tipo e i lunghi tratti spesso di strade dissestate o isolate dovevano tenere la nostra attenzione alta su tante cose. I nostri genitori erano presi dal normale ‘tram tram’ e non si ponevano tante domande su questo, andava fatto e basta. Si andava a piedi e quell’autonomia faceva parte della vita quotidiana.”

Il signor Luigi conferma:

“Ho superato gli 88 anni e anche io, che vivo a San Frediano, devo ancora abituarmi al traffico. Capisco le preoccupazioni dei genitori ma in tutte le epoche ne abbiamo avute…chi ha passato la Guerra lo sa bene…eppure si andava a scuola da soli e si temeva che durante il tragitto bombardassero…i genitori davano un sacco di raccomandazioni e spesso con un libro un po’ rotto e tanta paura si camminava avanti”.

Chiedo anche a Elisa che è una studentessa in Biologia:

“Il traffico è ovunque, specie nei quartieri più popolati, da una Università ad un’altra per far prima a volte prendiamo le bicy che ormai si trovano ovunque…e ci sono dei tratti dove davvero il traffico è intenso e rischioso, questo anche a piedi. Io con il tempo sono diventata più attenta, meno distratta e tanto fa l’esperienza. Certo, dei bambini molto piccoli devono porre attenzione, meglio vadano con i genitori ma un ragazzino che va alle Medie deve fare come si è fatto tutti, pian piano imparare a gestirsi. Gli automobilisti? Che vadano piano dove vedono delle strisce o il cartello scuola!”

Poi c’è Sara, 42 anni, che ogni mattina, stando in una zona lontana dalla scuola porta il figlio tredicenne a scuola in macchina.

“Io avendo scelto di abitare in una zona periferica, ovvio che sono costretta ad accompagnarlo a scuola ogni giorno o ad affidarmi ad un mezzo pubblico di trasporto. Se abitassi due strade avanti alla scuola o poco lontano, sicuramente per comodità e orari di lavoro, lo lascerei andare a piedi. Abbiamo tanta paura di tutto, ormai ci conviviamo con le paure ma allora anche in auto con noi potrebbe essere un rischio o con un mezzo pubblico…insomma credo che oggi noi genitori siamo più delicati emotivamente e bombardati talmente da immagini negative da tenere i figli troppo sotto delle campane di vetro.”

Salvatore ci dice:

“ Il problema è complesso quando si parla di autonomia. Vedo genitori troppo lascivi e altri esageratamente apprensivi, poi c’è una terza categoria che riguarda i genitori che magari temono di mandare il figlio a piedi a scuola e poi lo lasciano uscire di sera tardi per strada…manca un equilibrio come quello di dover far carico sempre ad altri delle proprie responsabilità.”

Terminando, SCUOLA a PIEDI, PIEDI IN AUTO, O MEGLIO UN PIEDIBUS?

Vi saluto con il mio ricordo di bambina che andava a piedi a scuola:

“Abitavo al Poggetto e dovevo arrivare a scuola a piedi fino alla fine del Viale Morgagni -zona Careggi. Ogni giorno andavo e tornavo da scuola per ben 4 volte: entrata, uscita, laboratori didattici pomeridiani. Essendo un quartiere già urbanizzato, dovevo ogni giorno stare attenta a tutto…autobus in manovra, automobilisti nervosi, ciurme di piccioni in mezzo alla strada che si buttavano sugli avanzi di pane…questo lo ricordo bene perché era la mia più grande preoccupazione e spesso non potevo finire il mio panino per strada perché mi venivano addosso. Con questo amo e ho sempre amato gli animali. Spesso facevo colazione mentre camminavo e incontravo tanta gente sui marciapiedi, la mamma mi aveva insegnato a salutare con educazione ma a non dare confidenza a nessuno. Qualora avessi avvistato un volto sospetto avrei dovuto chinare lo sguardo e passare veloce a dritto. Camminavo sempre dalla parte dove c’erano le case e conoscevo ogni numero civico con il suo quadro di campanelli…così da attaccarmi a un campanello qualsiasi in caso di bisogno. Il peggio arrivava all’imbrunire, il pomeriggio, all’uscita dai laboratori che facevo…Lo ricordo bene…era quasi buio e tutto appariva triplicato e ingigantito dall’effetto buio-luci, effetto psichedelico. Aumentavo il passo ma senza distrarmi, la cartella era pesante anche allora e io non ero una donna formosa ma uno scricciolo. Camminavo come un soldato che non perde la concentrazione. Decidevo di distrarmi solo dove me lo potevo permettere…fuori dalle strisce, dai semafori, dagli incroci. Una lunghissima salita sacrificante anticipava il mio arrivo a casa. Ricordo il mio premio…la cioccolata calda della nonna. La mamma era una commerciante e sotto Natale per stare di più con lei, ripartivo una volta in più a piedi per stare con lei. In primavera mi mettevo i pattini ai piedi. Conoscevo ogni magagna dei marciapiedi e non ero un’intrepida. Oggi direi che ero una bambina pratica e scrupolosa che aveva avuto l’esigenza ma anche la fortuna di dosare la mia autonomia in modo graduale e sano. Da mamma vorrei essere più spensierata e ogni giorno indico ai miei ‘Cappuccetto’ gli infiniti pericoli, cercando di dosare bene e senza complessi la loro autonomia. Li ho abituati a varcare l’età delle Medie con piccole conquiste e conoscere i tratti di strada del loro quartiere. Del buio ho sempre un po’ paura per gli effetti psichedelici e altro, quindi opto per creare una coscienza anche su questo. Per il resto…cammino sempre con il mio zaino e alla fine di ogni giornata il mio premio è sempre la famiglia.”

 

 

SHARE
Previous articleBagno a Ripoli: “Arti nParco”, ecco le opere d’arte contemporanea che troveranno casa nei parchi pubblici di Grassina e Antella
Next articleNon solo Mobike: a Firenze arrivano 4000 bici verdi, sono le Gobee Bike
BREVE CURRICULUM VITAE: “ Mi chiamo Sabrina Merenda e sono una Pedagogista intrepida, specializzata in Psicologia Dell’ Età Evolutiva. Ho varcato da tanto il mondo dell’editoria con la pubblicazione di tanti testi di Antropologia, Storia, Romanzi, Novelle. Premi e riconoscimenti importanti hanno incoraggiato il mio cammino ma tramite il Giornalismo ho realizzato il mio obiettivo di portare la notizia ad essere il trampolino di qualcosa che va oltre l’informazione, per concretizzarsi in una nicchia dedita alla Biografia Umana: singola o di gruppo, territoriale o privata. Mi interessa l’iniziativa dell’uomo in generale. Nella mia Rubrica Slidelife c’è uno spazio speciale dedicato ai bambini e ai giovanissimi, nel tentativo di dargli una visibilità umana rivolta ai loro intenti o alle loro imprese. Sono la creatrice dei Corsi Geniuspen rivolti ad un approccio Giornalistico fra i giovanissimi e gli Over. L’Etica e il rispetto di essa è il mio valore più grande. Non ascolto cosa la gente dice ma quello che la logica spiega. Credo nell’impossibile perché scrivere oggi è difficile ma sono qui e amo il mio lavoro con tutta me stessa. Ogni volta che narro una vita, un’impresa, una sfida, vivo a 360 gradi la vita degli altri e ascolto senza registrare perché dico solo quello che il mio interlocutore vuole ma ascolto la sua vita oltre.”

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY