Cent’anni di un’impresa

Cent’anni di un’impresa

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La mattina del 12 settembre 1919 una Fiat amaranto T4, allora il modello di punta della casa torinese, arriva al posto di blocco di Cantrida al confine della città di Fiume. A guidarla è il poeta Gabriele d’Annunzio, il quale comanda una schiera di circa duemila soldati ribelli partiti la sera prima dalla città friulana di Ronchi. Il generale Pittaluga con un drappello di carabinieri va incontro alla T4 intimandone l’arresto: “lei rovinerà l’Italia se impedirà al suo destino di compiersi”, gli dice d’Annunzio. “E’ forse onnipotente Lei?”“No. Andrò a Fiume a qualunque costo.” Inizia così l’impresa di Fiume, una delle avventure più straordinarie del primo dopoguerra e probabilmente dell’intero Novecento. Per sedici mesi, dal settembre 1919 al dicembre 1920, i “legionari” di Gabriele d’Annunzio occuparono la città adriatica posta sul golfo del Quarnaro che adesso è croata e si chiama Rijeka, ma che al tempo aveva oltre la metà della popolazione di etnia italiana o che parlava italiano.

Fiume, da secoli città multietnica e vivace porto commerciale, era stata promessa all’Italia in virtù del Patto di Londra del 1915 con il quale il nostro Paese era entrato nella Grande Guerra. Al termine del conflitto, con la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, l’Italia rivendicò i territori adriatici promessi dagli alleati; alla Conferenza di Parigi però la diplomazia italiana non riuscì ad imporsi, e Fiume fu dichiarata città libera e occupata da un contingente di truppe alleate. I sentimenti irredentisti di una gran parte della sua popolazione trovarono responso nel Poeta soldato D’Annunzio, il quale attraverso l’impresa di Fiume riuscì, oltre a rivendicare l’italianità della città, a renderla l’embrione di una rivoluzione globale contro l’ordine costituito. L’avventura fiumana fu certamente un episodio del nazionalismo più consueto, ma rappresentò soprattutto una rivolta generazionale contro ogni regola costituita dal liberalismo, dal socialismo, dalla diplomazia tradizionale e dalle convenzioni, e in questo fu un’anticipazione del Sessantotto. Per sedici mesi a Fiume si riversarono scrittori, militari, aristocratici, femministe, ragazzi scappati di casa, i quali si ritrovarono protagonisti di un intreccio di amori, cospirazioni e beffe che riuscì a resistere alla grandi potenze mondiali, ancora impegnate negli accordi post guerra.

Nell’immaginario collettivo D’Annunzio viene associato al fascismo e l’impresa di Fiume bollata come un piccolo episodio di un nazionalismo fanatico e fascisteggiante. Nulla di più falso. Non fu mai fascista D’Annunzio, né tantomeno lo fu l’esperienza fiumana. E’ vero che tra i legionari del Comandante si ritrovano personaggi che poi diventeranno fascisti di primo piano, come Ettore Muti, ma accanto ad essi troviamo sindacalisti, come Alceste de Ambris, e futuri antifascisti. Il fascismo saccheggiò simboli, rituali e motti di Fiume: i discorsi dal balcone, il culto per i caduti e le bandiere, il “me ne frego”, l’“a noi!”, l’”eia eia alalà”, le camicie nere e i fez degli arditi, Giovinezza, le marce, le cerimonie di giuramento. Mussolini in realtà fu ambiguo con D’Annunzio, e anzi collaborò col governo di Roma per stroncare la realtà fiumana alla fine del 1920. L’essenza libertaria di Fiume fu lasciata volutamente in soffitta dal fascismo. La Fiume di D’Annunzio fu innanzittutto una controsocietà sperimentale, in contrasto con i valori dell’epoca: persino Lenin ne notò il “carattere rivoluzionario”, e la “Carta del Carnaro”, la Costituzione scritta da D’Annunzio e De Ambris nel settembre 1920, ha elementi che si rifanno al sindacalismo e poggia su concezioni di libertà, diritto al lavoro, suffragio universale, uguaglianza politica, etnica e religiosa, laicità, libertà dei costumi. Non proprio i cardini del futuro Stato fascista in Italia.

Sebbene i cannoni del regio esercito obbligarono i legionari ad abbandonare Fiume nel “Natale di sangue” del 1920, molti aspetti originali dei sedici mesi di Reggenza dannunziana rimasero ad influenzare fortemente la società del Ventesimo secolo, giungendo fino a noi: la spettacolarizzazione della politica, la ribellione generazionale, il conflitto tra nazionalismi, la trasgressione. Per i cento anni dall’impresa, Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale degli italiani e tra massimi studiosi di D’Annunzio, ha pubblicato “Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920”, un’opera che attraverso fonti d’archivio ricostruisce dettagliatamente l’avventura fiumana, un’esperienza unica della quale si continua ad avere purtroppo una visione distorta e parziale, se non profondamente errata. Le pagine di Bruno Guerri sono un ottimo modo, cent’anni dopo, per far luce su cosa fu davvero la straordinaria impresa di Fiume.

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