Filorosso e la follia: una parte di noi

Filorosso e la follia: una parte di noi

Mirko Sulli, nel suo consueto appuntamento di Filorosso, indaga sul rapporto tra filosofia e follia, facendoci scoprire quanto la seconda sia parte innegabile della nostra natura

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Questa settimana, nostro malgrado, abbiamo raccontato la triste vicenda di Vallina e della madre che, spinta da un attimo che potremmo definire, in modo molto generico, di follia, ha tentato di accoltellare il proprio stesso figlio (qui l’articolo). Da questa orrenda storia, Filorosso della settimana cercherà di prendere spunto per introdurre un tema che più volte si è intrecciato, in maniere del tutto diverse, con la storia della filosofia: la follia umana. Andremo, quindi, a ripercorrere le tappe più importanti di questo rapporto partendo, come spesso abbiamo fatto, dalla filosofia greca e arrivando fino alle soglie della modernità lasciandola poi nella sua strada verso l’affermazione medica e clinica.

Nel mondo antico, compreso quello greco, la follia era quasi sempre sinonimo di divinità che entrava nel corpo degli uomini e li sceglieva, spesso, per comunicare i propri messaggi. Da questa forte e diffusa credenza nacquero gli oracoli e gli individui che, spesso aiutati nella loro follia anche dall’uso di droghe e narcotici vari, venivano considerati sacri e interpreti del divino. In questo contesto così particolare, soltanto due parti della società si discostarono dalle credenze comuni e cercano di indagare sulla follia vera e propria, quella che, come nel nostro caso, può interessare un giorno qualsiasi soggetto: gli autori delle tragedie e i filosofi. Per quanto riguarda i secondi, Platone è forse il primo a parlarne nel modo più approfondito e completo sostenendo che la follia altro non è che una discordanza, una perdita di armonia, tra mente e corpo, una perdita che può essere evitata soltanto allenando continuamente la mente proprio con l’esercizio della filosofia. In questo, però, Platone non abbandona del tutto quella concezione tipicamente greca, come abbiamo visto, che vede la follia, la disarmonia tra mente e corpo, come una testimonianza, una intermissione, di carattere divino. Soltanto Aristotele, che comunque riparte dalla perdita di equilibrio tra mente e corpo introdotta da Platone, abbandona definitivamente il carattere divino della follia approdando a patologizzazione totale della follia.

La follia trova un posto di rilievo anche nella filosofia cristiana dove principalmente veniva spiegata come intromissione del demoniaco. Ecco qui si nasconde un passaggio decisivo sul nostro rapportarsi alla malattia mentale. Se prima, nel mondo classico, la pazzia era vista come qualcosa di divino e quindi manteneva un certo rispetto, un certo riguardo, nel mondo cristiano-cattolico, che così tanto ci ha influenzato, perde completamente questo carattere e viene considerato come vera e propria manifestazione del demonio. Per questa ragione i malati mentali vennero iniziati ad essere trattati come un male, un errore, da eliminare, da togliere dal mondo perfetto creato da Dio. Quanto tutto questo ha influenzato la nostra storia occidentale! Quanto in questo passaggio si possono riconoscere i prolegomeni di quel processo che, per fare un esempio, hanno portato nel novecento a tutti quei programmi di eliminazione clinica e sterilizzazione dei malati mentali! In ogni caso è interessante segnalare una importantissima voce fuori dal coro di quel periodo: Erasmo da Rotterdam nel suo elogio della follia. In questo celeberrimo testo l’umanista olandese utilizza la follia personificata per criticare la struttura, la corruzione e i paradossi della Chiesa cattolica così duramente colpita da scandali e fratture che porteranno pochi anni dopo alla riforma protestante. Unico, dunque, a dare, anche se in chiave satirica e ironica, nuova luca alla follia che diventa la testimone e l’accusatrice della vera pazzia che si è impossessata della realtà cristiana rinascimentale.

È soltanto in epoca moderna che la pazzia inizia ad essere considerata come una malattia da curare o quanto meno una perdita di equilibrio psichico sulla quale è possibile intervenire. Non voglio andare oltre perché questo ci farebbe entrare in un dibattito tutto contemporaneo su come deve essere realmente considerata adesso o su quanti errori sono stati fatti nel considerarla soltanto una malattia come le altre. Quello che mi interessava era sottolineare quanto la follia sia da sempre una parte ineliminabile delle nostre esistenze e di quanto, a mio avviso, sia utile avere sempre presente che essa fa parte di noi e che l’unico modo per non farci sopraffare sia trovare equilibrio e stabilità personali convivendo con essa e, magari, rendendola parte integrante delle nostre vite e dei nostri percorsi di crescita.

Fonti:

  • Platone, Simposio, trad. C. Calogero, Laterza, 2013

  • Aristotele, De Anima, trad. G. Movia, Bompiani, 2001

  • Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Einaudi, 2005

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