“Mi hai rapito”, il femminicidio nel teatro di Giacomo Cassetta

“Mi hai rapito”, il femminicidio nel teatro di Giacomo Cassetta

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foto di Massimo Mattioli, "MI hai rapito"

Recensione della rappresentazione “Mi hai Rapito”.

“Solitamente di una ragazza si guardano le forme, ma a me piacciono le mani. Con le mani ci si sfiora, ci si tocca, saluta, si accarezza il collo, nel punto in cui resta scoperto e una ciocca di capelli si intravede.”

Così si apre la scena di “Mi hai Rapito” su sceneggiatura e regia di Giacomo Cassetta, alla guida di Chianti Teatro Giovani, appoggiato alla Associazione Vieniteloracconto di Tavarnuzze. In scena va un dramma antico moderno, rappresentato dal terribile fenomeno del Femminicidio, un delirio  purtroppo moderno, rappresentato con maestria eccelsa da due giovani protagonisti in scena. Una scena minimale -direbbe qualcuno- data da una stanza, una camera da letto dove si consuma ogni giorno la passione ardente di due giovani fidanzati e dove gira l’equivoco del linguaggio. Quanto le parole o le riflessioni possono fare male? Qui si rivela la necessità di costruire linguaggi orientati alle difficoltà di vita.

I protagonisti non hanno invece orientamenti verso le costruzioni di linguaggi logici, solo lei ha presente un’unica via di fuga, tenersi dentro la negatività e uscire a camminare, distrarsi, evadere, sdrammatizzare, rivivere il primo incontro con lui o con lei almeno nella sua apparenza. Non una soluzione ma un modo per andare oltre la stanza del terrore psicologico.

“Uscire camminare, ricordare, placare, amare. Amare, uscire, camminare, staccare”.

Meglio staccare e rinunciare a un momento chiuso in una camera che  diventata una macchina terrificante. Le pareti come chiusure mentali. Le pareti come intima pretesa di agire. Nessun testimone può bloccare la tempesta di emotività.

Ecco il momento culminante della analisi interiore, attimo infinito oppresso da un dolore strizzato dove Asia si trova sul letto da sola per rivolgere allo spettatore un monologo stupefacente.

“Occhi, sguardi, parole, camminare, mani, occhi, parole, dentro, fuori, sopra, sotto, sesso, amore, amore o sesso? Affetto o possesso. Dentro. Fuori.”
Esiste davvero l’amore o risulta solo penetrazione fisica, psicologica, possesso. Lui eppure la ama ma lei si sente solo un corpo.

Fuori. Dice fuori. Fuori dal carpo. Guardami l’anima. Sembra esclamare.

Ad uccidere la giovane Asia il realismo con cui sputa in faccia al suo fidanzato il suo diverso modo di voler vivere la vita e un rapporto. Non tace. Per quanto personaggio scomodo, apparentemente viziato dai sogni, non tace. Lui preferisce il silenzio, trastullarsi delle sue fantasie o del suo idealismo nel vedere il loro futuro insieme lei e invece di evadere, uscire, camminare, tornare nel parco dove avevano vissuto la fiamma del loro amore consumato in fretta, decide di cedere agli impulsi.

La stanza come una prigione. Le tappa la bocca con le mani, le agguanta corpo e cuore con le mani, fino a cedere al dramma. Lo spettatore può decidere se sintetizzare in modo essenziale, riassumendo il tutto come incapacità di intendere e volere, collegata a un raptus o vedere lui come un esser fragile dal passato sofferto e buio. Emotività incontrollata. Fragilità devastante. Ma davvero le emozioni ci domano così tanto da toglierci l’equilibrio?

Renderci schiavi di rifiuti o modi diversi di vivere? Ecco che colui che ha colpito togliendo la vita, si fa impavidamente la doccia: l’acqua scroscia e si sente il suo tacito suono e forse toglie le impurità del male che ha posseduto il protagonista. Si aggancia la camicia. Si mette la maschera in dosso. Sembra non avere sensi di colpa. Come può averne? Lui  ha diritto a ribellarsi al rifiuto, come tutti i bambini che sono stati abbandonati e hanno assistito a violenze domestiche passive. Questi bambini sono stati a guardare e senza saperlo questo ha generato in loro un circuito di violenza subdolo e nascosto. Il tema dell’abbandono trascurato ora il narratore eccelso della serata.

“Ninna nanna ninna oh. Ninna nanna..”

Magico protagonista che fa vivere una regressione automizzata e disperata di un adulto che ha ucciso e torna bambino. Provare pietà? Come si può. Ha tolto il fiore a una innocente. La follia che si nasconde in anni di soppressione dei pensieri, ora entrati come una iniezione letale, in circolo tutti insieme.

Paradossale come la voglia di essere tanto amati trasformi in un momento di rifiuto, la vittima in un mostro.

“Sono un mostro”.

Poi di nuovo le mani. La luce su di loro. Il protagonista grandioso di questo dramma, si contorce nel dolore, perché capisce che le mani non hanno creato ma ucciso. Vuole tornare al buio, lo stesso angolo dove da bambino lo mettevano in punizione. Andrà in prigione. Un barlume di coscienza lo ha denunciando quanto accaduto al padre. La stanza non ruota più sui piccoli litigi di coppia.
“Che mangiamo stasera? Stiamo con gli amici o no?”.
Si congela, perché la morte per chi la subisce o provoca toglie ogni possibilità di scelta.

Asia, che all’inizio della sceneggiatura dormiva beata contemplata dal suo fidanzato, ora giace priva di vita. Lui la copre. Si ripete la scena del lead iniziale. Solo che non possono più andare al parco insieme. Mai più. Nessuno parla. Il pubblico si trova impietrito in una morsa di angoscia. Di sicuro esce con interrogativi in mano. Si guarda le mani. Nessuno esce senza aver deciso di creare. Creare comunque.

Camminare, uscire, evadere, andare al parco, tornare, fare la pace. Fermati! ti prego ti supplico, quella fragilità sarà solo un attimo, evadi, torna indietro! Non usare le mani collegate ad un impulso bestiale di violenza. Mai. Raziocinio. Nessuno lo deve rapire.

 

Quello deve restare comunque e va costruito con una solida educazione emotiva. Ecco che il teatro se ne fa un efficace garante. I giovani diventano così i narratori introspettivi di un dramma che non dovrebbe mai riempire la scena della vita.
Gicomo Cassetta: un giovane regista moderno che, in “mi hai rapito”, scava nei labirinti
della psiche umana. I protagonisti,  Maria Dick e Tommaso Palazzini, due promesse del teatro formati in modo eccelso, capaci di entrarti nell’anima come una freccia sottile e acuta.

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BREVE CURRICULUM VITAE: “ Mi chiamo Sabrina Merenda e sono una Pedagogista intrepida, specializzata in Psicologia Dell’ Età Evolutiva. Ho varcato da tanto il mondo dell’editoria con la pubblicazione di tanti testi di Antropologia, Storia, Romanzi, Novelle. Premi e riconoscimenti importanti hanno incoraggiato il mio cammino ma tramite il Giornalismo ho realizzato il mio obiettivo di portare la notizia ad essere il trampolino di qualcosa che va oltre l’informazione, per concretizzarsi in una nicchia dedita alla Biografia Umana: singola o di gruppo, territoriale o privata. Mi interessa l’iniziativa dell’uomo in generale. Nella mia Rubrica Slidelife c’è uno spazio speciale dedicato ai bambini e ai giovanissimi, nel tentativo di dargli una visibilità umana rivolta ai loro intenti o alle loro imprese. Sono la creatrice dei Corsi Geniuspen rivolti ad un approccio Giornalistico fra i giovanissimi e gli Over. L’Etica e il rispetto di essa è il mio valore più grande. Non ascolto cosa la gente dice ma quello che la logica spiega. Credo nell’impossibile perché scrivere oggi è difficile ma sono qui e amo il mio lavoro con tutta me stessa. Ogni volta che narro una vita, un’impresa, una sfida, vivo a 360 gradi la vita degli altri e ascolto senza registrare perché dico solo quello che il mio interlocutore vuole ma ascolto la sua vita oltre.”

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