La politica siamo noi

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La politica siamo noi

Uno dei più grandi equivoci che si sono creati in questi anni di dura e per molti aspetti giustificata antipolitica è stato quello di credere che la politica fosse un qualcosa di diverso e separato rispetto alle persone comuni.

Le malversazioni, l’ipocrisia, l’incoerenza di una bella fetta dei politicanti italiani ha fatto nascere un distacco mai sperimentato prima, con la caduta delle ideologie che è stata seguita a breve giro da una caduta verticale della fiducia da parte dei cittadini nei loro rappresentanti; la gente ha smesso di credere che la politica potesse cambiare le cose, iniziando per contrappasso a vederla come un demone distruttore foriero solo di problemi e cattivi esempi.

E’ difficile non condividere tale disillusione, e sicuramente se la gente si è allontanata dalla politica, e non ci si riavvicina, le colpe ce l’hanno un po’ tutti gli eletti, ad ogni livello, compresi quelli che provano ad agire con trasparenza e onestà.

Si è venuta a creare però una scollatura che ha travalicato ogni legittimo confine di indignazione, portando ognuno a vedere nella politica un universo parallelo, una bolla sopraelevata con cui non si può né si deve avere alcun contatto. Ci siamo dimenticati una legge non scritta ma eterna, esistente sin da quando l’uomo ha iniziato a riunirsi in comunità: la politica siamo noi.

Al pari della Storia nella famosa canzone di De Gregori, essa riguarda ogni individuo, ogni cittadino, e nessuno deve sentirsi escluso; anzi, nessuno può sentirsi escluso, perché come scriveva Aristotele l’uomo è per sua natura un animale politico. Mettere la testa sotto la sabbia e pensare che ciò che accade nel “palazzo” non ci riguardi è tanto sbagliato quanto miope.

Le decisioni che vengono prese e i dibattiti che avvengono riguardano tutti, poiché vanno ad incidere sulla vita di ciascuno. E’ altrettanto assurdo non rendersi conto che noi stessi siamo politica e possiamo condizionarla, attraverso le azioni quotidiane e le scelte che prendiamo.

Pensare agli altri e non solo a sé, impegnarsi per poter far sentire la propria voce ed interessarsi a ciò che succede ci rende essere sociali, civili e dunque anche politici. Questa è una lezione che vale sia per la politica nazionale che per la politica locale, dove è ancora maggiore la necessità di uscire dal proprio guscio e capire che i problemi della comunità sono anche i nostri.

I dibattiti della politica dovrebbero interessarci perché tutti siamo pronti a lamentarci quando le cose non funzionano, accusando quella politica da cui però si dichiara di volerci sempre tener fuori. Nessuno vuole strade e marciapiedi dissestati, nessuno vuole che i centri storici siano degradati, nessuno vuole avere problemi coi trasporti, con i rifiuti, con le scuole; allo stesso tempo però nessuno vuole essere sfiorato dalle cosiddette “discussioni di politica”, o tantomeno degnarsi di venire mezza volta ad un consiglio comunale.

Non è così che funziona. Le due cose non sono conciliabili, poiché per aver diritto di lamentarsi occorre partecipare attivamente affinché le cose migliorino, partendo innanzitutto dall’ascoltare e dal leggere ciò che viene dalla politica, indipendentemente dagli schieramenti e dalle idee. Chi dichiara di voler stare lontano da dibattiti e notizie, dichiara semplicemente di voler star lontano dalla parola cittadino e dal senso di vivere in una società.

Se forse tutti cominciassimo ad avere interesse verso la cosa pubblica, i problemi diminuirebbero, o almeno avrebbero una più facile via di risoluzione. In fin dei conti, libertà è partecipazione. Ma partecipazione è sempre di più purtroppo utopia.

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