Non solo Allegri, Spalletti e Sarri: la Toscana della panchina

Non solo Allegri, Spalletti e Sarri: la Toscana della panchina

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L’Italia è un paese di commissari tecnici. Soprattutto durante i mondiali, quando – davanti ad un classico morettone da 66 – milioni di connazionali si impegnano in interminabili e polemici simposi pallonari. C’è però una terra, nella penisola italica, che in un certo senso legittima questo atavico luogo comune: la Toscana. In questa regione, infatti, sono cresciuti i tre mister sul podio dell’ultimo campionato. Il livornese Allegri, primo con la sua Juventus. Il certaldino Spalletti, ad inseguire vanamente con la Roma. Ed infine il faellese Sarri, in terza posizione, con il Napoli. Uno score eccezionale che va a confermare la grande tradizione degli allenatori toscani di terra, scoglio e sabbia. Ecco allora, tra passato, presente e futuro, una nostra panoramica sui mister «locali» più interessanti. Con le loro vittorie, i loro aneddoti e le loro scelte tecniche che, bene sottolinearlo, di certo restano sempre più complicate per la finale di un mondiale, rispetto a quando, magari al circolino, si discute di tattica con gli amici in una lotta all’ultima sambuca.

 

Marcello Lippi, Viareggio

Il «Paul Newman della Versilia» è senz’altro l’allenatore più blasonato tra i colleghi toscani. Nel suo palmares, a tinte fortemente bianconere: una Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA, cinque scudetti, una Coppa Italia e quattro Supercoppe Italiane. Oltre, naturalmente, al mondiale vinto in terra teutonica. Di carattere difficile (memorabili i suoi scontri con giocatori come Baggio e Panucci, o la famosa conferenza in cui suggerì a Moratti di prendere i giocatori dell’Inter a «calci nel culo»), Lippi prima dei trionfi e del buen retiro in Cina ha passato una lunga gavetta nella provincia toscana, tra Pontedera, Pistoia, Carrara e Lucca. E proprio a Lucca, lui viareggino doc, ebbe diversi problemi, come dichiarato in una recente intervista: «I lucchesi non mi hanno mai amato. Per loro ero il bagnino. Ed infatti alla prima sconfitta cominciarono subito ad insultarmi perché nato a Viareggio. Io, allora, gli ricordai che le loro mogli e le loro fidanzate a Viareggio ci venivano spesso, in vacanza… Non me l’hanno mai perdonato».

Cosa confermata da un altro incontro ravvicinato con un tifoso rossonero: «Mi ricordo che un’estate, mentre ero in spiaggia, mi si avvicinò un lucchese che mi disse che stavo molto meglio in costume da bagno che sulla panchina della sua squadra…». Ma anche a Firenze, complice i tanti anni alla Juve, l’«antipatico» Lippi non trovò mai un ambiente particolarmente amichevole. Anzi: nemmeno una madre fiorentinissima lo risparmiò, negli anni, da veri e propri tsunami di offese. Insomma, un uomo da amare o da odiare senza mezze misure, che però nella sua professione ha lasciato il segno, tanto dall’aver lanciato in panchina diversi suoi adepti, tra tutti Antonio Conte: «Un po’ di tempo fa ho letto un lungo articolo su Tuttosport dal titolo “Tutti i figli di Lippi”. Era sui miei giocatori poi diventati mister ma, lì per lì, ho pensato: speriamo non lo legga mia moglie…».

 

Leonardo Semplici, Firenze

Nato a Firenze – l’accento è inconfondibile – Leonardo Semplici è senz’altro l’allenatore del momento: la sua Spal, già reduce dalla promozione in B dello scorso campionato, è tornata nella massima serie dopo quasi cinquant’anni. E dire – a parte il miracolo Figline, portato dall’Eccellenza alla Lega Pro tra il 2005 e il 2009 – che il destino del tecnico sembrava ormai inevitabilmente legato al settore giovanile, dove Semplici ha allenato la Primavera viola ai tempi del programma tv «Calciatori, giovani speranze». Comunicatore disponibile ma schietto (a Firenze rapporto di amore-odio con Bernardeschi), Semplici ha alle spalle una dignitosa carriera di mestierante del pallone, avendo giocato come difensore in serie C. Il vero talento, tuttavia, lo dimostra fin da subito in panchina, salvo un paio di défaillance ad Arezzo e Pisa. Non integralista nello schieramento tattico, il mister fiorentino è una persona flessibile e poco formale anche nella vita di tutti i giorni. Non è un caso, a tal proposito, che durante il periodo passato in viola venisse spesso ripreso da Eduardo Macìa per un abbigliamento giudicato troppo sportivo: «Un giorno caldissimo di inizio luglio andai in sede per firmare. Avevo addosso una maglietta e il direttore non me la mandò a dire: Prossima volta, Semplici, almeno una camicia. Da allora sono più elegante nel vestire».

Del resto, la genuinità di Semplici nasce da un retaggio di grande sacrificio ed umiltà: fino a trentatré anni alternava il pallone al lavoro come rappresentante di prodotti di pelletteria. Solo quando arrivò la chiamata del Grosseto in C2, decise di abbandonare definitivamente l’idea di diventare un agente di commercio. Per farla breve, dunque: un uomo pragmatico, che punta tanto sul gruppo (in ritiro fa cambiare spesso i posti a tavola e nelle camere per creare l’atmosfera giusta) e che ha in Serse Cosmi il proprio punto di riferimento. Il sogno? Tornare alla Fiorentina, il club da lui sempre tifato. Stavolta in prima squadra. Mai dire mai: è abituato a sorprendere.

 

Nedo Sonetti, Piombino

Può un allenatore arrivare a settantasei anni di vita, dopo aver avuto come presidenti gente del calibro di Zamparini, Cellino e Rozzi? Sì, se l’allenatore in questione, di «mestiere», fa il traghettatore e in società, le radici, non le pianta quasi mai. Il traghettatore, nel calcio, è infatti un precario. È colui che, spada di Damocle perenne sopra la testa, ogni stagione si trova inevitabilmente a dover lavorare con il contratto a tempo determinato. Questo lo sa bene Nedo Sonetti, il «Caronte del calcio italiano». Specialista in promozioni e rimonte salvezza, in quasi quarant’anni di carriera l’allenatore piombinese ha allenato ad ogni latitudine, fra la Serie C e la Serie A, riuscendo a conquistare ben sette promozioni e ad entrare nella storia di alcuni club della provincia italiana. Buono stopper in gioventù, Sonetti comincia la sua avventura di tecnico a Viareggio, in Serie D. È la prima di ventisei tappe di una lunghissima striscia di panchine, una striscia quasi senza pause, con un unico fattore comune: ossia quello di non aver mai allenato una società che puntasse a traguardi prestigiosi. Massima ambizione? Una salvezza da agguantare all’ultima giornata, o un balzo dall’inferno della cadetteria. Stop. Naturale che con questi presupposti il calcio di Sonetti non sia mai stato da ostriche, caviale e champagne, ma, anzi, piuttosto da rosticciana e Tavernello.

Le compagini del mister toscano sono difatti spigolose come i tratti del suo volto, arcigne, combattive: caratteristiche spesso vincenti quando si gioca nel far west della serie B. Schietto, diretto, ruvido ma allo stesso tempo dotato di quel sense of humor e disincanto tipico della sua terra, Sonetti si è sempre segnalato anche come ottimo talent scout: «Fu lui il primo a mettere gli occhi su Gullit», ha dichiarato il suo ex giocatore Donadoni. «Quando allenava l’Atalanta mi disse che lo aveva consigliato al presidente. Non lo conosceva nessuno».

 

Piero Braglia, Grosseto

Lo «sciamano della Lega Pro», un «giraprovincia della panchina». Piero Braglia, dopo una vita da mediano a Catanzaro, ha percorso letteralmente su e giù tutta l’Italia. Il primo passo importante è a Montevarchi, nella stagione 1994/1995, quando vince il campionato di Serie C2: poi l’interminabile apprendistato tra San Giovanni Valdarno, Foggia, Chieti. L’occasione giusta, però, arriva nuovamente in Calabria, terra che lo aveva già visto protagonista con la fascia di capitano al braccio dei giallorossi. Qui, il maremmano trionfa nel campionato di C1 del 2004, riportando le aquile del sud in Serie B dopo ben quattordici anni. Le cose, tuttavia, non vanno alla stessa maniera in cadetteria. Arriva l’esonero. Braglia, specialista nelle minestre riscaldate, si rimbocca le maniche e torna ancora a San Giovanni, portando la piccola realtà valdarnese a giocarsi gli storici playoff per l’accesso alla Serie B. L’impresa attira l’attenzione del Pisa. Braglia è l’uomo giusto per raddrizzare una squadra più pendente della torre stessa. Il mister grossetano costruisce così un undici a sua immagine e somiglianza: non bello, ma pratico, che sa lottare. La difesa è la meno battuta d’Italia, anche grazie al portiere Puggioni, che però viene ceduto a metà anno. Braglia è una furia. C’è nervosismo. Arrivano tante espulsioni, compresa una ai playoff, quando il mister litiga pure con un poliziotto. Ma alla fine, nella conclusiva sfida contro il Monza, tutto l’Anconetani si unisce intorno al proprio allenatore. Fino a farlo commuovere. I pisani, spinti dal pubblico, fanno il miracolo: sono in B e Braglia fa ancora le valigie. Lucca, Frosinone, Taranto, Castellammare di Stabia: tante luci e qualche ombra. Poi, per confermare la sua natura di boomerang, il nuovo ritorno a Pisa: un fallimento. Seguono Lecce ed Alessandria. Soprattutto in Piemonte sembrano esserci le basi per far bene, ma dopo un campionato esaltante arriva il crollo al fotofinish, con conseguente esonero proprio in quest’ultima stagione. Un vero smacco, per il «guru del calcio pane e salame». Dispotico, scorbutico, arrogante? Forse, ma dovunque va rimane nel cuore.

 

Walter Mazzarri, San Vincenzo

«Ai cius dis cleb, becos ai laic asislà end dis clos to mai futbol idial…». Parole di Walter Mazzarri, risalenti all’ultima estate, durante la presentazione come allenatore del Watford. Ecco… no… diciamo subito che l’inglese non è il punto di forza del tecnico di San Vincenzo. Tuttavia, nonostante una pronuncia da far rigirare nella tomba Geoffrey Chaucer, i risultati sulla panchina dei calabroni sono invece complessivamente buoni. Come del resto lo sono stati, quasi sempre, nella carriera di questo allenatore tosto, concreto, spesso accusato a ragion veduta di un po’ di vittimismo, ma forse mai realmente apprezzato per il suo reale valore. Walter Mazzarri comincia la sua carriera di coach come vice di Renzo Ulivieri, prima a Bologna, poi a Napoli. E proprio qui rimane nell’immaginario collettivo una sua intervista, in cui giustifica una sconfitta della squadra partenopea per un’epidemia di diarrea: le sue scuse, pioggia su tutte, diventeranno nel tempo materiale da sfottò tra gli appassionati. Dopo il rodaggio di routine, comunque, ecco la sfolgorante carriera del mister toscano, con un’escalation che parte da Acireale, passa da Pistoia, Livorno, Reggio, Genova e Napoli, ed arriva fino a Milano, sponda Inter. Se l’esperienza in nerazzurro non è positiva – culminerà infatti con il primo esonero in carriera – le precedenti annate sono eccezionali. In particolare, oltre alla storica promozione in A con il Livorno, resta negli almanacchi del calcio la miracolosa salvezza ottenuta con la Reggina, penalizzata di ben undici punti in classifica in seguito ai fatti di Calciopoli. Fedelissimo del 3-5-2, ma capace anche di saper leggere le partite in corso e cambiare a seconda delle necessità, nella sua carriera è stato qualche volta accusato di studiare poco, di non aggiornarsi. Una critica eccessiva per un mister forse non concettualmente modernissimo, ma affidabile ed intuitivo. La Coppa Italia vinta a Napoli e la valorizzazione di campioni come Cavani, ma anche di gregari come Aronica, ne sono la riprova.

 

Silvio Baldini, Massa

Nel cartone «Ken il guerriero» c’era la divina scuola di Hokuto. A Massa, invece, ci deve essere evidentemente una sorta di seconda, sacra Coverciano, vista la quantità di allenatori usciti dalla cittadina toscana. Fra questi – oltre a Corrado Orrico – si ricorda troppe poche volte Silvio Baldini. Una carriera, quella di Baldini, per la verità non all’altezza delle aspettative sul suo conto, soprattutto dopo la grande promozione in serie A firmata con l’Empoli nel 2002. Un Empoli forse mai così bello, con Di Natale, Bresciano, Rocchi e Maccarone a dare spettacolo ogni weekend, per un totale di ben 60 gol fatti in 38 giornate di campionato. Poi, purtroppo, tante delusioni. Palermo, Parma, Lecce, Catania, Vicenza: nonostante scampoli di bel gioco, arrivano diversi esoneri. Così Baldini, oggi, è quasi dimenticato ed attende nella sua Massa un’altra chance, che forse non arriverà mai: «Senza un progetto serio e chiaro non vado in giro a perdere tempo. Sto a casa a godermi la pensione. Anzi, siccome sono un cacciatore vado nei boschi e alleno il mio cane». Di Baldini, al di là di un gioco propositivo benché spesso poco efficace, si tende a ricordare soltanto l’episodio che lo vide protagonista negativo nel 2007, quando diede un calcio nel sedere al collega Di Carlo, in seguito ad un’espulsione: «Nel corso della carriera di un allenatore per poter emergere devi sempre fare in modo che le cose, per un verso o per un altro, vadano per il senso giusto. E soprattutto quando arrivi in alto devi saper gestire quello che possiedi. Dal momento successivo a quel gesto non sono più riuscito a trasmettere alle mie squadre quello che volevo. Ma forse a Di Carlo il calcio dovevo darlo in testa e non sul sedere visto la persona che è…». Toscanaccio ironico, cultore del 4-2-3-1, ci sarà ancora qualcuno disposto a scommettere su di lui? Di certo fa effetto leggere alcune vecchissime notizie di calciomercato, quando si parlava del suo Chievo spumeggiante: «A Torino circola una notizia sensazionale: quella che vedrebbe addirittura la Juventus puntare su Baldini per il dopo Lippi, fra un paio d’anni». Era il 1998.

 

Renzo Ulivieri, San Miniato

«Baggio è come Simona Ventura: se sono con mia moglie fingo di non vederla». «Io sono per la cooperazione, per la distribuzione del lavoro, per permettere a tutti di giocare. La zona è l’arma dei deboli, non dei forti. Per questo dico che la zona è di sinistra». «Sono un allenatore democratico. Fisso le regole e i giocatori le rispettano». Più che un mister, un personaggio cult. Un maledetto toscano, con la battuta pronta alla Winston Churchill ed il sorriso beffardo di chi la sa sempre più lunga degli altri. Impossibile non parlare di lui, del «compagno» Ulivieri. Un uomo perennemente contro. Un eccentrico, a suo modo: statua di Lenin sul comodino e – quante ne abbiamo sentite – dichiarazioni ad effetto che non si dimenticano. Chi è stato il giocatore più forte che ha allenato? «Alviero Chiorri. Nelle sue giocate racchiudeva tutto, era geniale. Lo erano anche Baggio e Mancini, ma lui un po’ di più».

Come mai gli allenatori toscani sono così forti? «Potrei dire che ce ne sono tanti bravi per coincidenza, ma in realtà il motivo è la lamentite». Ha mai giocato a pallone? «Sì, nelle giovanili della Fiorentina. Ero furbo: sono riuscito a restarci cinque anni. Riuscivo a nascondere quanto fossi scarso». Ulivieri era un tecnico che cercava il rapporto umano con i giocatori, magari portandoli fuori anche a cena per trovare la giusta complicità. Di carattere polemico (anche con lui Baggio non andò molto d’accordo, per usare un eufemismo), la sua filosofia era improntata sul 4-4-2, sul gioco collettivo, in una sorta di emulazione di Liedholm, del quale però non riusciva a replicare l’aplomb in panchina: «Giusto i primi cinque minuti di gara, poi tendevo ad agitarmi un po’…». Di Renzaccio, negli anni, si ricordano soprattutto le stagioni con Modena, Vicenza, Bologna e Parma. Oggi, a settantasei anni, è presidente dell’Associazione Italiana Allenatori e mister del Pontedera femminile. Insomma: mai banale. Se non nella sua fissazione: «Se penso alla morte immagino l’aldilà con un campo da calcio ed un fischio…».

 

Marco Baroni, Firenze

Non solo Semplici. Baroni – ex difensore scudettato a Napoli – è un altro fiorentino che negli ultimi anni si sta facendo strada. Anche lui tifoso viola, la Fiorentina l’ha però soltanto sfiorata durante le giovanili: «Sono nato in via Accursio alle Due Strade, a venti metri dal Bozzi. Mio nonno era grande appassionato della Rondinella Marzocco, mi portava sui gradoni. Poi, nel 1973, andai alla Fiorentina, dove vinsi il Viareggio. La domenica facevo il raccattapalle. Una volta Antognoni mi rimproverò perché avevo ritardato a dargli il pallone». Baroni, dopo un’ottima carriera da calciatore, comincia proprio alla Rondinella il suo percorso da mister. Successivamente, ecco Montevarchi e Carrarese: buone esperienze – in cui riesce sempre a salvarsi – che lo portano sulla panchina del Sudtirol. Qui, quasi un capolavoro, con la sconfitta solo ai playoff nella lotta per la promozione in C1. Un trampolino di lancio che gli vale l’Ancona nel 2007, anche se le cose non vanno bene nelle Marche: esonero. Si riparte quindi dalle giovanili. Prima il Siena – con un intermezzo in sostituzione di Giampaolo – poi la primavera della Juventus, a seguito di una sfortunata parentesi nella Cremonese. In bianconero è un successo: nel 2012 vince il torneo di Viareggio, nel 2013 la Coppa Italia Primavera. Dopo Torino, l’immersione in cadetteria.

Buoni risultati a Lanciano, malino a Pescara, molto bene a Novara. Oggi, Baroni è alla guida del Benevento, sempre in Serie B, impegnato nella lotta per guadagnarsi un posto al sole ai playoff. L’allenatore fiorentino predilige uno schieramento in campo con il modulo 4-2-3-1 o 4-3-3. Tuttavia non disdegna nemmeno il 4-4-2, mantenendo comunque intatto il suo credo della linea arretrata a quattro uomini. Fanatico del match analysis, ama il windsurf e la barca a vela: «Mi piace comandare le barche. Il mare ha molte cose attinenti a quella che è la conduzione di una squadra. Un allenatore deve alzare le vele quando il vento soffia e saper prevedere le burrasche».

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