Leggere tanto, leggere bene

Leggere tanto, leggere bene

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Ci ha colpiti in questi giorni un’immagine girata sui social, commentata e ripresa da molti. La fotografia ritrae una pagina del libro di Fabrizio Corona “Non mi avete fatto niente”, la numero 107 per la precisione: lo stampato presenta in alto il titolo del capitolo, Fighe, e prosegue con la descrizione da parte di Corona del suo magnetico fascino esercitato sulle donne e col racconto di alcune “scopate”, così puntualmente definite, nelle quali l’ex paparazzo ha recentemente dato lustro alla propria virilità. “Non mi avete fatto niente”, uscito in questo inizio 2019, è il nuovo capitolo della collezione di Corona scrittore, iniziata nel 2007 con una rievocazione di Silvio Pellico intitolata “La mia prigione”, e sta già macinando copie come pochi altri libri italiani. Ora, in questi casi la domanda è sempre un po’ la solita dell’uovo e della gallina: la colpa è di Corona che scrive questa immondizia, o delle migliaia di persone che non esitano a comprarla?

Una risposta definitiva forse non ci sarà mai, probabilmente la verità sta nel mezzo, a metà tra la miseria di squallidi personaggi e l’ignoranza virulenta di chi nutre lo spirito con pagine di nulla. Il problema non risiede tanto nella parola fiche e nel suo seguito. Per carità, non siamo certo dei moralisti bacchettoni che inorridiscono di fronte a certi argomenti. Icone musicali e artistiche di ogni epoca sono state caratterizzate da eccessi e mitiche parabole edonistiche; la letteratura è piena di racconti simili, di autori che hanno consacrato la propria vita al piacere, alla sublimazione del corpo femminile, alla ricerca del godimento fisico e dell’appagamento mentale. Uno su tutti, Gabriele D’Annunzio: basta scorrere le pagine de “La mia vita carnale” di Giordano Bruno Guerri per approcciarsi alla lussuria e al misticismo del Vate della poesia italiana, seduttore e amante irresistibile nella dimora del Vittoriale sul Lago di Garda. Niente bigottismo dunque.

Il problema è che Corona non è D’Annunzio, né un leggendario artista o simili. Corona è uno dei personaggi più vuoti che le cronache di questo Paese abbiano mostrato negli ultimi anni, una caricatura perenne di se stesso che ha saputo trasformarsi in fretta da fotografo delinquente a perseguitato della giustizia, da re dei locali a saggio maestro di vita. Eppure, i suoi libri vanno a ruba. I sondaggi dicono che la gente legge sempre meno, che rifiuta l’idea di avere cultura, di aprire la propria mente e di sviluppare un senso critico; libri come quello di Corona però vengono divorati, e la società offre come modelli vincenti individui che probabilmente un libro non l’hanno mai aperto. Convinti che Internet dia risposte a tutte le nostre domande, non sentiamo il bisogno di tanti altri stimoli. Le colpe ce le ha anche chi dall’alto svilisce la conoscenza e il sapere umanistico, mettendo alla gogna coloro che credono in un percorso di studi e si portano dietro un bagaglio culturale.

Per diventare una Chiara Ferragni non serve leggere D’Annunzio o Stendhal, per arrivare a votare un Salvini qualsiasi ha poca utilità amare la letteratura. Catturati da smartphones e vacuità, abbiamo dimenticato quanto può essere bello portarsi un libro in treno, oppure sfogliarlo prima di addormentarsi; siamo preda di un cortocircuito nel quale si legge sempre meno e se si legge lo si fa male, malissimo. Anche perché leggere un libro, di qualunque genere, vuol dire andare oltre la superficie per attivare due caratteristiche fondamentali della natura umana, la fantasia e il senso critico. Una volta spente entrambe, si spegnerà anche la nostra società, con la stessa tristezza che domina quando mettiamo la lettura in un angolo dimenticato della vita.