La lotta per Giulio e Silvia

La lotta per Giulio e Silvia

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Daniele Nardi era un giovane alpinista italiano, morto insieme al compagno di scalate Tom Ballard mentre tentava di conquistare l’impervio Sperone Mummery sul Nanga Parbat. Un’impresa impossibile, una missione suicida, come l’ha definita il “re degli ottomila” Reinhold Messner. L’incoscienza ha avuto il sopravvento sul coraggio, consegnando i corpi dei due scalatori alle fredde pareti della montagna himalayana. Daniele ha cercato di inseguire i suoi sogni, e nessuno può biasimarlo per questo. Quando si crede in quello che si fa, quando si vive con la passione che ribolle nel sangue, è difficile non seguire ciò che dice l’anima, anche se tutto inviterebbe a fermarsi bene e a riflettere. Non esistono giudizi morali dunque sulla morte di Daniele Nardi, che è stato padrone della propria vita, nel bene e nel male. Giustamente in molti lo hanno elogiato, rivendicando l’italianità di questo audace e istintivo alpinista.

Colpisce però che solo pochi mesi fa la vicenda di un’altra giovane italiana, Silvia Romano, non abbia trovato commenti dello stesso tenore: Silvia è stata rapita lo scorso 20 novembre in Kenya, dove si trovava come volontaria dell’associazione Africa Milele Onlus. Ben pochi furono coloro che espressero un pensiero dolce per questa ventenne, lodandola per il suo impegno umanitario e per il suo altruismo. Silvia Romano inseguiva i suoi sogni proprio come Daniele Nardi; lo scopo della sua vita era quello di donarsi agli altri e di portare aiuto agli ultimi della Terra, a coloro che non hanno un futuro, rinunciando agli agi e ai divertimenti in cui vivono gli altri giovani della sua età. Raccapriccianti furono molti commenti alla notizia, una tremenda espressione della peggiore umanità: se l’è cercata, poteva restare a casa sua, doveva aiutare piuttosto gli italiani, ben le sta. Se il sogno di Silvia non fossero state persone diverse, con un colore della pelle diverso, sicuramente le masse del web l’avrebbero trattata in maniera opposta, come appunto è stato per Nardi.

La vicenda di Silvia è caduta nel dimenticatoio, visto che i media non ne parlano praticamente più e a nessuno interessa che fine abbia fatto questa sorridente milanese. Rari ed isolati personaggi della politica e dello spettacolo si sono spesi per tenere viva l’attenzione su di lei, ma di fronte alla massa menefreghista ben poco hanno potuto sino ad ora. L’oblio che ha avvolto Silvia Romano pare lo stesso che ormai è calato anche su Giulio Regeni. Poche settimane fa si sono ricordati i tre anni dalla sua barbara uccisione in Egitto, dopo l’arresto e la tortura che ne avevano sfigurato il corpo sino a renderlo quasi irriconoscibile. Ma per quel volto, nel quale la madre Paola dopo il riconoscimento disse di aver visto tutto il male del mondo, pochissimi continuano a lottare. Di certo non lo Stato italiano, che prima con Alfano e adesso con il governo gialloverde ha anteposto le questioni di geopolitica e i rapporti commerciali alla ricerca della verità. Dire prima gli italiani va bene nei nostri confini per raccattare qualche voto in più, ma diventa un’espressione dimenticata quando c’è da esigere giustizia per quei ragazzi come Silvia e Giulio che credevano in quello che facevano mettendosi in gioco in paesi lontani. Silvia può ancora tornare a casa; Giulio purtroppo non può farlo, ma può rimanere comunque in vita se le nostre coscienze escono dal torpore e se chi ha il potere si mobilita per scoprire davvero chi e perché l’ha ucciso. Noi tutti abbiamo nel nostro piccolo il dovere di lottare per tutti i ragazzi come loro, piena manifestazione dell’espressione la meglio gioventù.