GIA’ CI MANCHI

GIA’ CI MANCHI

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La tua 93esima edizione se n’è andata domenica tinta di verde, sotto l’ombra del pampino con le tre palle simbolo del Pallò, tuo nuovo signore. Sei stata baciata dal sole per quasi tutta l’ultima settimana, diventando meravigliosa la domenica di fronte agli occhi increduli di migliaia di persone, tra chi ti ha vista in piazza e chi ha sfruttato la diretta in televisione. Hai potuto riabbracciare dopo 62 anni la tua madrina Sandra Milo, tornata con qualche primavera in più ma con la stessa emozione di quando da ragazza fu invitata in un mondo di tradizione e contadini, con carri piccoli, sfilate modeste e una storia tutta da scrivere. Hai sentito gli applausi e le grida durante lo spettacolo dei quattro rioni, creature tue figlie, orgoglio e identità di un paese che senza di essi non potrebbe vivere. Hai proclamato un vincitore, dando gioia ad alcuni e lacrime a molti altri, senza però che in nessuno dei migliaia di rionali potesse calare la voglia di tenere alto il proprio colore.

Infine hai fatto riabbracciare a tutti il funerale, una festa di cartelli, sfottò e ironia, immagine della tipica goliardia toscana e patrimonio imprunetino sin dagli anni ’50. Come ogni anno cara Festa dell’Uva sei stata tutto, e adesso che sei finita è come se il nulla si fosse impossessato delle nostre vite. Poche cose sono paragonabili per tristezza alla prima cena a casa, dopo un mese a sedere sulle panche tra cori, bicchieri di vino e contagiosa serenità. Manca quel sentirsi vicini, talvolta anche stretti, nelle infinite tavolate monocromatiche: non c’è più bisogno di sapere quanti siamo a mangiare, né quanti si sono prenotati per la sera dopo. Manca l’umido settembrino che ti costringeva a metterti la felpa, sporca e consumata come il resto dei vestiti; gli abiti del rione sono come una sacra sindone, nessun lavaggio può mandare via certe macchie, come non può mandar via quel senso di lavoro, di fatica, di passione.

Già, la passione. Quanto manca quel sentimento che ti spingeva ogni sera a rimandare il proposito di andare a letto presto, quella molla che ti faceva sacrificare in lavori lunghi, talvolta ripetitivi, quella spinta del cuore che ti faceva curare ogni dettaglio del tuo carro, del tuo vestito, del tuo oggetto. A casa ognuno ha ritrovato la propria famiglia naturale, ma la famiglia rionale rimane nel cuore, e lasciarla è una sofferenza malinconica; quelle amicizie che si consolidano, quelle mani che collaborano per lo stesso scopo, quelle voci che cantano per lo stesso stemma sono un dono che rende la nostra vita bellissima per tutto un mese, facendoci staccare dalla realtà in quella meravigliosa “Repubblica dell’Uva”, come diceva Leandro Giani, che è Impruneta. Manca lo stupore per il lavoro che avanza, mancano le litigate perché qualcosa non torna o è andato storto, mancano le chiaccherate infinite tra i pochi rimasti al cantiere a tarda notte. Manca stringersi in ricordo dei rionali che ci hanno lasciati, mancano i sorrisi verso quei piccoli cuccioli appena nati che saranno il rione di domani. E manca l’ansia degli ultimi giorni, la paura di non finire, la tensione della domenica mattina che si propaga in via della Libertà e arriva fino a sotto il terrazzino del comune, dove si perdono anni di vita e si prega ogni cosa pur di vedersi consegnare quella coppa. L’odore del mastice e del legno lavorato, della vernice e del ferro saldato. Le strade rionali colorate di stendardi e bandiere.

Il fermento di un paese intero. Manchi terribilmente, cara Festa dell’Uva. Ti rivivremo nelle foto e nei filmati, aspettandoti ancora una volta nel lungo inverno: laddove tutto sembra spento, ogni rione rinascerà per preparare un nuovo settembre. E sarà ancora carro, e sarà ancora emozione, e sarà ancora vita.

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