Il genocidio dimenticato

Il genocidio dimenticato

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Ogni volta che una vita umana viene spezzata, ogni volta che la violenza viene attuata con spietata risolutezza, la natura stessa dell’uomo viene ferita nel profondo. Ogni massacro, ogni sterminio, ogni genocidio ci colpisce e ci devasta; è normale che ciò che accade più vicino a noi abbia un impatto più forte sulla nostra memoria, con il ricordo di alcuni fatti che viene tenuto vivo mentre per altri va dissolvendosi. Ci sono storie che però finiscono del tutto o quasi nel dimenticatoio, anche a causa della complicità dei mezzi di informazione.

Uno degli esempi più forti è il genocidio del Ruanda, di cui in questo aprile ricorre il venticinquesimo anniversario. Il 6 aprile 1994 nel piccolo stato centrafricano ebbe inizio la più rapida mattanza della storia, il genocidio della minoranza etnica dei tutsi da parte della maggioranza hutu: tra 800 mila e un milione di persone vennero massacrate in soli tre mesi, da aprile a luglio, perlopiù a colpi di machete, con una bestialità impressionante. La divisione etnica tra gli hutu e i tutsi, basata su alcune differenze di statura e tratti somatici, venne in realtà introdotta dai colonizzatori belgi, i quali si servirono di essa per governare il Paese. Una volta che il Ruanda ottenne l’indipendenza, la maggioranza hutu, rappresentante la grande massa rurale, iniziò ad incrementare il proprio risentimento verso i tutsi, che detenevano il potere politico ed economico. A partire dal 1959 le violenze e le uccisioni furono molteplici, ma fu nel 1994 che l’odio trovò la sua affermazione più sconvolgente. Dopo che l’aereo su cui viaggiava il Presidente Habyarimana venne misteriosamente abbattuto ad inizio aprile (Habyarimana aveva appena firmato in Tanzania un accordo con il fronte dei ribelli tutsi), la milizia hutu, già da tempo armata e preparata all’azione, scatenò la propria furia con il sostegno dell’esercito e di vari gruppi paramilitari; donne, anziani, bambini vennero mutilati e poi uccisi a colpi di machete, non solo tutsi, ma anche hutu moderati e dissidenti di ogni genere. Ogni zona del Ruanda, compresi i più sperduti villaggi rurali, vide le proprie strade, fiumi e case riempirsi di cadaveri.

In questa immane tragedia, una luce riuscì a rimanere accesa: nella capitale Kigali, Paul Rusesabagina, hutu e direttore del più lussuoso albergo della città, il Milles Collines, utilizzò la struttura per dare rifugio a oltre 1200 persone. Iniziò con un piccolo gruppo di vicini, per poi aprire le porte dell’albergo a tutti coloro che riuscirono a raggiugerlo. Per 76 giorni Rusesabagina si servì delle risorse dell’hotel e soprattutto delle sue conoscenze accumulate negli anni con politici e uomini dell’esercito per salvare la vita a migliaia di persone, quando fuori si consumava l’inferno. Mentre il Milles Collines diveniva una precaria isola di speranza e il Ruanda sprofondava nel genocidio, il mondo si voltò dall’altra parte, in primis gli Stati Uniti e l’Onu, le cui poche forze nel Paese poco poterono di fronte alle violenze. Altri Paesi, come la Francia, si resero addirittura complici vendendo le armi agli hutu, laddove in generale tutto l’Occidente non aveva alcuna attenzione per il piccolo e dimenticato Ruanda. Rusesabagina ha raccontato la propria storia in un libro, Hotel Rwanda, da cui è stato tratto nel 2004 l’omonimo film.

Quest’uomo, un eroe del Novecento, ha descritto il dramma della sua famiglia e del suo Paese, le mostruosità a cui ha dovuto assistere e la fermezza con la quale, semplicemente facendo il proprio lavoro di direttore d’albergo, è riuscito a salvare la vita a 1268 esseri umani. Anche oggi il genocidio del Ruanda non viene ricordato da nessuno, come se non fosse mai accaduto; nel dovere però di tenere viva la memoria, il racconto di Paul Rusesabagina diviene un prezioso strumento per capire quello che accadde nel “paese delle mille colline”, per comprendere come sia stato possibile un genocidio di simili modalità e proporzioni: “Tutti i genocidi, poi, fanno ampio ricorso al pensiero collettivo per aizzare gli assassini.[…] Tutti noi nasciamo con un potente istinto gregario che può indurre persone altrimenti razionali ad agire in modi inspiegabili. Non avrei mai creduto a questa verità se non avessi visto i miei vicini di casa- persone gentili, divertenti, apparentemente normali- trasformarsi in assassini nel giro di due giorni.”