Nel ricordo di Osvaldo Fantini: uomo del ‘900 con l’Antella nel cuore

Nel ricordo di Osvaldo Fantini: uomo del ‘900 con l’Antella nel cuore

A pochi giorni dalla sua scomparsa commemoriamo un protagonista paesano del secolo scorso, conosciuto da Partigiano col nome di Franco

1598
0
SHARE

Venerdì 17 Febbraio, la storia locale e nazionale del ‘900 perdeva un altro volto scolpito tra i ritagli del secolo scorso: Osvaldo Fantini. Aveva 92 anni ed una valorosa storia di militanza sociale e politica alle spalle, celebrata per l’ultima volta lunedì 20 Febbraio alla Pieve di S. Maria all’Antella, in presenza di amici, compaesani, istituzioni, rappresentanti dell’ANPI. Come i “monumenti” che l’Osvaldo scalpellino intagliava nel marmo, resistenti al tempo, le sue gesta vivranno nel ricordo di chi lo ha conosciuto e apprezzato, condividendone passioni, idee, ideali.
Osvaldo Fantini era, anzitutto, un antellese: qui era cresciuto e qui, abitando nei dintorni di Piazza U. Peruzzi, ha costruito la sua vita al fianco dell’amata moglie Carla, con la quale ha condiviso 68 anni di matrimonio.
L’amore, tra gli ideali che costituivano la sua bandiera, era parte integrante dell’essere partigiano: nel senso storico (partecipò alla Resistenza) e letterale (sempre schierato) del termine.

Neanche ventenne – classe ’25 – venne catapultato nell’oblio della guerra intestina che vedeva le forze di sinistra riunite contro il nemico nazi-fascista. Era la Seconda Guerra Mondiale italiana dunque conflitto civile che nacque dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943: Osvaldo Fantini, nome di battaglia “Franco”, combatteva nella 22°bis Brigata Garibaldi “Vittorio Sinigaglia” sulle colline di Fonte Santa, finì assieme alla famiglia a Ville Triste e fu l’icona, immortalata dal ritratto fotografico consegnato ai posteri, dell’entrata nell’Oltrarno liberato nel 1944. “Franco”, al centro di quello scorcio di storia, è il partigiano che detiene la bandiera: rossa nella realtà, in bianco e nero nella foto…colorata, comunque, da un’aspirazione alla libertà mai stata così poderosa.
“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”: dai soprusi dittatoriali, dal dramma bellico, dall’esperienza di una vita di stenti, nacque la generazione di uomini novecenteschi come lo fu Osvaldo, militante pur nella quotidianità, schierato al servizio del paese. Volontario come autista nella Misericordia di Antella, volontario e ballerino al CRC Antella, figura di spicco della U.S. Antella…quante ne pensava e quante ne faceva!
Il “Presidente del Cimitero”, così lo chiamavano. Come mai? Osvaldo era marmista, professione ereditata dal padre e lavorava al Cimitero Monumentale del paese: “Vedessi che capolavori faceva, era un genio a fare lo scultore“, racconta l’amico Danilo. Tra le passioni coltivate nel post-guerra ci fu quella calcistica, consumata con e per la squadra antellese: non fu tra i fondatori della società bianco-celeste ma entrò presto nel consiglio, poi fu Vice-Presidente, infine Presidente. Sorride Giuliano, altro amico di Osvaldo, aprendo una finestra sui ricordi: “Quando un giocatore chiedeva dove trovare il Presidente, sentivano rispondersi…al cimitero, per la sorpresa dei più!
Persona gioviale e giocherellona, compiacente anche nel ruolo di Presidente, con lui un calciatore poteva strappare anche 50 lire in più…”.

Da pilastro della socialità antellese, Osvaldo ha vissuto trasformazioni, criticità ed ascese delle realtà paesane all’interno del secondo Novecento: ha visto, partecipandovi, il passaggio dalla Vecchia Casa del Popolo di Antella (ora Teatro Comunale) alla nuova struttura del CRC, ancora oggi viva e vegeta.
Ha assistito agli anni d’oro del calcio antellese e alle variazioni, negli anni, dell’aspetto morfologico sportivo locale: se prima il campo sportivo era nell’area attuale della Coop, si spostò a cavallo tra ’40 e ’50 nell’odierno parcheggio del Circolo, trovando la sua definitiva sistemazione nel 1954. A quei tempi non c’erano tribune e ci si spogliava alla Vecchia Casa del Popolo, traversando l’Isone per mezzo di un ponticino di fortuna; poi, con l’arrivo delle categorie di maggior rilievo, si costruirono gli spogliatoi, le tribune e si allargò il terreno di gioco dalla parte del fosso. “Il Fantini ha conosciuto le grandi squadre dell’Antella, erano gli anni ’70, con i vari Mascagni, Mischi, Cambi: formazioni che giocherebbero nella Serie C di oggi, in casa c’erano sempre 300-400-500 persone ed in trasferta si andava col pullman nelle zone di Brozzi. Quando s’arrivava al campo, i tifosi avversari cantavano “Olio Olio minerale per batter l’Antella ci vuol la Nazionale”“, rammenta orgogliosamente Giuliano.

Poi, come tutte le parabole che si rispettino, la fine del secolo coincise con il compimento di un’era e l’apertura di un’altra, sperimentale e fallimentare: quella della fusione. Era il 1998. Grassina e Antella, rivali di sempre, vicine antagoniste, sospinte da esigenze economiche e socio-politiche, tentarono la via dell’unificazione calcistica, dando vita alla vituperata Valdema. Osvaldo, da uomo fedele ai propri ideali e Presidente-tifoso, avversò tale decisione, concludendo sostanzialmente qui la sua militanza calcistica: “Il suo motto – dice Giuliano -, quando c’era da superare i momenti d’impasse era “Boia d’un mondo avvelenato…forza, forza!” e andava avanti con lo spirito di sempre”.
Lo stesso spirito di persona piacevole ed umile che lo ha contraddistinto fino alla scomparsa della moglie Carla, soltanto poche settimane or sono: “Era un uomo con il quale si stava bene insieme, capace di chiedere consigli nonostante il suo ruolo ed il suo passato”.

Al funerale, celebrato sette giorni fa, anche Sandra Baragli, consigliera comunale e per l’occasione rappresentante delle Istituzioni, ha preso parola, commuovendo i presenti nel personale omaggio ad Osvaldo: “Quella famosa foto che lo vede sostenere la bandiera…tutti noi abbiamo il bisogno di appartenere a qualcosa, dunque dobbiamo ringraziare i ragazzi di allora che, anche inconsapevolmente, non conoscendo libertà e democrazia, hanno gettato le basi di una società diversa. Sacrificando alcuni la propria vita, altri la propria giovinezza. E’ merito loro se oggi ognuno di noi può dirsi appartenente ad una comunità di cittadini liberi. Un pensiero va anche alla moglie Carla, una storia di affiatamento e legame affettivo davvero ammirevole.”

 

 

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY