Antonio Matteini commenta il voto in Emilia-Romagna: “Ma se neanche Sparta piange,...

Antonio Matteini commenta il voto in Emilia-Romagna: “Ma se neanche Sparta piange, Atene che cosa ride?”

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“Ma se neanche Sparta piange, Atene che cosa ride?”, così titola la propria riflessione Antonio Matteini, candidato sindaco di Potere al Popolo Bagno a Ripoli nelle ultime amministrative del 2019. Nel dettaglio:

 

“Le elezioni in Emilia-Romagna hanno tratteggiato un ritratto di quello che fu il centro Italia rosso, che ormai, fuor che rosso, è tutto. L’Emilia-Romagna è una regione che oggi ha una maggioranza conservatrice granitica quanto trasversale.

Facendo anche lo sforzo di ascrivere il PD ancora alla sfera delle realtà politiche di centrosinistra, appare chiaramente che la vittoria ottenuta da Bonaccini non è frutto della resurrezione dei “morti di Reggio Emilia, usciti dalla fossa pronti a cantar con noi bandiera rossa”, quanto di un listino personale del candidato presidente, farcito di imprenditori (tra cui quello che licenziava con gli SMS i propri dipendenti), di un candidato presidente molto vicino a Renzi e a Calenda più che allo stesso PD anche per lo stile comunicativo quasi da candidato apartitico, di un M5S che in E-R già prima di questo settembre aveva perso pezzi a favore del CSX (sindaci di Parma e Comacchio su tutti) e che prima di decomporsi definitivamente ha dato un aiutino col voto disgiunto,
di una sparizione di Forza Italia il cui elettorato di destra moderata ha finito per votare il candidato del PD, spinto dalla scimmiesca campagna elettorale fatta dalla Lega.

Il PD è il primo partito, la coalizione ha vinto le elezioni; questo è vero, ma è vero anche che per ottenere questo risultato nella rossa Emilia, ha dovuto dar fondo a tutte le proprie energie: si è fatto trascinare dal movimento delle sardine, ha trasformato la campagna elettorale in una sorta di guerra epica tra bene e male, in cui la difficoltà a spacciarsi per il bene, era minima…

Insomma massimo sforzo, per risultato discreto.
Chi non ha assolutamente fatto il massimo invece è proprio la destra: a tratti la sensazione che Salvini avesse paura di vincere davvero in Emilia-Romagna, è stata netta.

Ha fatto di tutto al fine di lasciare voti per strada, ad iniziare dalla candidatura di Borgonzoni che, ogni giorno di più, ha dimostrato di non essere in grado di tenere un comizio e men ché mai di amministrare una regione.

Possibile che non ci fosse nessuno tra le fila del centrodestra di più adatto?
Salvini in Umbria ha vinto anche perché l’elettorato moderato se l’è preso.
In Emilia-Romagna pare averlo scacciato con una campagna elettorale sempre più farsesca e evidentemente inappetibile per un qualsiasi elettore che non trovi difficoltà a definirsi antirazzista e antifascista.

A Salvini quindi si possono imputare tutta una serie di errori strategici e comunicativi, ma bisogna poi guardare i numeri che parlano di un centrodestra che avanza un paio di punti percentuali a chi ha sempre vinto a mani basse in questa regione.

In una tornata elettorale locale dove il radicamento sul territorio che il PD ancora ha, così densa di significato per i destini politici nazionali, a fronte di una destra davvero che si è tirata serie di zappate sui piedi da sola; il PD riesce a parlare di una riscossa.

È chiaro che dopo una tornata elettorale chiunque trova qualcosa con cui consolarsi (ci siamo riusciti noi di PaP con lo 0,3!), però nonostante abbia fatto di tutto per non vincere, il CDX è arrivato al 45% e questo dovrebbe mettere in serio allarme quelli dall’altra parte della barricata, altro che farli gridare alla fine dell’assedio a Stalingrado.

L’affluenza è aumentata significativamente e questo in ogni caso è un bene, però non è vero che è stata decisiva per la vittoria di Bonaccini: i sondaggi parlavano di un risultato di questo genere ben prima che si potesse sapere quanta gente avrebbe votato, quindi nonostante l’impegno di Salvini a dissuadere gli emiliani dal votare per la propria candidata, questi hanno partecipato maggiormente al voto rispetto alla tornata precedente al pari degli altri.

Chi non può sorridere anche se ha centrato i due propri obiettivi, sono i 5stelle che alla fine dei conti salvano il salvabile restando in consiglio regionale e al contempo contribuiscono alla conferma di Bonaccini. Comunque i numeri sono davvero poco rassicuranti per quello che ad oggi è di gran lunga il primo gruppo parlamentare italiano.

Il ritorno al bipolarismo pare realizzato, ma difficile da giudicare e prevedere dove porterà perché anche in questa tornata elettorale che appunto ha certificato una rinascita di due blocchi che lasciano solo le briciole agli altri, tutto si è giocato su temi astratti: da ambo le parti si è parlato al cuore più che al cervello.

Perché sostanzialmente nel concreto i propositi erano e restano simili, più spinti quelli della Lega su sicurezza, immigrazione, edilizia… Ma i propositi non hanno direzione opposte, anzi.

La Lega urla quello che il PD sussurra su temi quali cementificazione, sanità e autonomia differenziata (quelli caldi di questa campagna, se escludiamo gli altri ideologici). È un bipolarismo che non ha radici in grandi concetti, quanto in due percezioni: quella di insoddisfazione e quella opposta di soddisfazione.

Il centrosinistra è l’area dei soddisfatti, di quelli mediamente più benestanti e istruiti, che viaggiano di più e che vivono in città.

La destra di Salvini è il faro per gli insoddisfatti, quelli che nutrono rabbia, quelli che vogliono un cambiamento, magari regressivo, ma lo vogliono; sono quelli dell’Emilia agricola, rurale e montana che pur avendo spesso difficoltà a riconoscerlo e ad additarlo, sanno di avere un nemico che li ha posti in una condizione di mortificante marginalità.

La seconda repubblica uscita incerottata dalla fase tripolare è strana, molto strana: laddove si votava la destra per conservare, ora la si vota per la speranza che questa mischi le carte; laddove per decenni si è votato per una sinistra con la falce e martello sul simbolo, oggi si vota chi garantisce conservazione e sicurezza continuando a ritenerla erede di quella anticapitalista che fu.

Il ruralismo bigotto di Salvini ed il populismo popolare del nuovo centrosinistra sono ascrivibili alla stessa macro area politica conservatrice, imprenditoriale e liberista.
Il voto in Emilia parla di questo più che di onde nere schivate, di rosse primavere e chissà cos’altro.”

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Nato nel 1990, mi sono appassionato alle vicende locali per necessità di lavoro, scoprendo che basta guardarsi intorno per raccogliere spunti di riflessioni e motivi di scrittura. Scrivere, è la mia esigenza. Conoscere la Storia, la mia passione. Vivo ad Antella, "campanilista" quanto basta, vago per il territorio alla ricerca di aneddoti da raccontare. Collaboro con TuscnayPeople e Tele Iride.

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