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Una vita in bici: per le corse, per gli ebrei, per il paese. Ci lasciava 18 anni fa Gino Bartali

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È partita ieri una delle corse che ne hanno consacrato il mito, quel Giro d’Italia che ha fatto conoscere Gino Bartali al BelPaese e non solo. E per la prima volta dopo 100 edizioni, la Corsa Rosa ha tagliato i nastri di partenza fuori dai confini europei: lo start è avvenuto infatti a Gerusalemme; una scelta fatta per onorare Ginettaccio, proclamato “Giusto tra le Nazioni” nel 2013 per aver salvato centinaia di ebrei durante il secondo conflitto mondiale.

Il famoso passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali

Sì, perché parlare di Gino Bartali unicamente come uno dei più grandi ciclisti del nostro paese, e non solo, sarebbe riduttivo oltre che errato. Perché i tre Giri d’Italia (’36 – ’37 – ’46) e i due Tour de France vinti (’38 – ’48), così come le quattro vittorie alla classica Milano-Sanremo, raccontano solamente una parte della vita del campione di Ponte a Ema, quella delle corse. Corse che Bartali stava per lasciare dopo la tragica morte del fratello Giulio, deceduto in un incidente in bici durante una gara il 14 giugno del 1936 a soli 20 anni.

E chissà quante altre vittorie avrebbe potuto raggiungere Ginettaccio, così soprannominato per il suo carattere spesso scorbutico e schivo, considerato che la parte centrale della sua carriera fu interrotta dalla Seconda Guerra Mondiale durante la quale svolse anche servizio militare nell’aviazione, anche se il cuore bradicardico che gli permetteva di sopportare grandi sforzi con poca fatica e che rappresentava uno dei segreti delle sue vittorie, gli permise il richiamo dalle armi. Proprio in quegli anni di guerra dove ovviamente le gare agonistiche erano sospese, Bartali fece una delle corse più importanti della sua vita e non solo. Fortemente cattolico e spinto dalla richiesta del Cardinale Elia Dalla Costa, figura centrale nella sua vita, Bartali infatti decise di percorrere centinaia di volte la strada che da Firenze portava ad Assisi per consegnare documenti contraffati, nascosti all’interno della canna della sua bicicletta, agli ebrei rifugiati nella città umbra che in questo modo riuscirono a salvarsi dalle leggi razziali imposte dal Nazismo prima e dal Fascismo poi. 

Un’altra delle corse storiche di Bartali, fu quella che gli permise di salvare l’Italia dalla guerra civile. E’ il 14 luglio del 1948 quando il segretario del PCI Palmiro Togliatti viene colpito da quattro colpi di pistola. In un paese fortemente provato dagli strascichi della guerra e da un clima politico instabile, le conseguenze furono violentissime: nelle ore successive all’attentato si registrarono 30 morti e 600 feriti. Serviva un evento straordinario per distrarre i cittadini e riportare la calma. Due giorni dopo a Parigi Gino si tinge di giallo per la seconda volta nella sua carriera: era l’evento straordinario che in molti si auguravano. Nonostante ne fosse tutt’altro che appassionato, quella sua vittoria venne nuovamente (era già successo più volte con Mussolini, che puntava moltissimo sullo sport per magnificare la figura del popolo italiano) strumentalizzata per fini politici e in qualche modo quell’impresa riuscì a ricompattare un paese spaccato in due e sull’orlo di una crisi interna. 

Gino Bartali ci lasciava il 5 maggio 2000. A 18 anni dalla sua scomparsa, la redazione di Dai Colli Fiorentini ha così deciso di rendere omaggio al campione su due ruote con questo articolo. Ripercorrendo alcuni degli eventi storici della sua la vita, passata costantemente in bici.

 

 

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Nato nel 1994 a Grassina. Sono abbastanza sicuro di aver iniziato a scrivere ancor prima di parlare e camminare. Dopo delle scuole superiori zoppicanti, mi sono laureato in Scienze della comunicazione. Scrivere per me significa raccontare e raccontarsi, non solo informare. Collaboratore di Tele Iride, in passato ho lavorato anche con fiorentina.it e Radio Toscana.