Intervista a Marco Campanella: famoso illustratore del mitico TopoTip e scultore affermato

Intervista a Marco Campanella: famoso illustratore del mitico TopoTip e scultore affermato

Marco Campanella si racconta e ci mostra ‘l’alba’ del nuovo Rinascimento.

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‘La bellezza non sarà più superflua e l’arte tornerà ad essere fruibile, l’artigianato tornerà a risplendere e l’artista sarà colui che avrà compiuto questo primo passo verso il Rinascimento, utilizzando mani, mente e cuore’. 

Chi non ha mai messo dinanzi agli occhi dei propri fanciulli le illustrazioni di Marco Campanella? 
Chi ancora non lo ha fatto, ha sicuramente perso l’occasione di donare ai propri bambini delle finestre di paesaggio, natura, libertà e calore familiare. Illustrazioni in primo piano, dal tratto morbido, dai colori tenui, dove l’amore per gli animali e la natura, sovrasta. L’antropomorfizzazione degli animali diventa immediata, con la sua carica di affetto, di gestualità, dove l’abbraccio diventa il collante di ogni legame. Come non restare affascinati dalla vita familiare del Topo Tip? Magico e paffuto topolino, sempre alle prese con le sue emozioni e pronto a imparare nuove cose, a carpire dall’ambiente nel quale vive nuovi insegnamenti: lui il topo bambino che sta crescendo ma che nel suo essere puro e spontaneo, riporta anche gli adulti alla loro originaria dimensione.

E sotto il lapis di Marco, ogni oggetto di vita quotidiana, si trasforma e acquista un utilizzo diverso: una scarpa diventa un letto ed un tubetto strizzato di dentifricio diventa un trampolino su cui arrampicarsi per arrivare a un piccolo lavandino e lavarsi i denti. Il Topo Tip vuole evolversi e lo fa sfruttando ciò che l’ambiente e la creatività gli offre. In fondo, quando siamo bambini, ci troviamo simili a tanti uomini primitivi che devono utilizzare gli elementi che hanno a disposizione, per arrivare a compiere imprese di autonomia. L’arte utilizza infatti veicoli semplici che amalgamandosi fra di loro danno vita alla sua bellezza e ne fanno il veicolo della gioia. I disegni di questo famoso illustratore che sto per presentarvi, racchiudono proprio una bellezza univoca e un amore immenso per l’evoluzione dell’uomo. Oggi, Marco Campanella, non è solo un illustratore di molti libri di successo, che ha portato in tutto il mondo (i libri di Topo Tip sono stati tradotti in 40 lingue; 10.000.000 le copie vendute e ben 60 i paesi in cui è stato distribuito e tradotto il cartone animato di Topo Tip) ma è anche un affermato scultore, che cercheremo di conoscere bene in questo mio Slidelife.

 

Marco Campanella nasce a Bari, il 23 Giugno del 1971, da un’illustre famiglia napoletana. Suo padre è un medico napoletano, mentre sua madre è piemontese. Nel suo sangue scorre una vena filosofica, grazie alla stretta discendenza con il filosofo Tommaso Campanella, e non solo, nel suo nobile DNA, si fondono ceppi di origine diversa. Ha anche intrecci con la cultura siciliana, veneta, procidana e trova questo ‘infuso’ di origini, un motivo per sentirsi ricco di input e tradizioni. Oggi si ritiene cittadino del mondo; ha viaggiato molto e conosciuto culture diverse, pur restando molto affezionato a Napoli, anche se ha scelto di vivere in una dimensione incontaminata e meno caotica: il lago di Bracciano. Ed è immaginando le sponde di questo lago e la sua dirompente natura, che incontro la sua voce: un timbro cadenzato, calmo, capace di trasportare chiunque nella storia. Una vita che vedo come sacra, battezzata da un destino limpido, che ha come fine, quello di creare il tracciato del nuovo Rinascimento. Marco ascolta, cerca di meditare sulle mie domande…

Marco, quando hai iniziato a esprimerti con le immagini e perché?
“Ho iniziato da piccolo, avevo un carattere introverso e l’unico mio veicolo espressivo era il disegno. Parlavo poco e ho passato i primi anni della mia infanzia ad osservare molto ciò che mi circondava e a riprodurlo.”

Inventavi solo la forma o anche la trama?
“Anche la trama…delle vere storie.”

Avevi inventato un personaggio?
“Sì, si chiamava il Super Dottore e narrava la storie di un medico speciale…appunto, mio padre.”

Non lo hai utilizzato poi in futuro come personaggio per uno dei tuoi libri?
“No, ora che ci penso non l’ho utilizzato ed è rimasto dentro di me.”

E il ‘germe’ della scultura quando è nato dentro Marco?
“Contemporaneamente. Diciamo che da subito ho iniziato a maneggiare il Das o la plastilina, dando un volume a ciò che avevo immaginato piatto. Credo che un’artista non concepisca le scissioni fra un certo tipo di produzione artistica e l’altra ma senta il desiderio di rivolgersi verso ogni espressione artistica, sperimentandola durante il suo processo evolutivo.

Dunque, tornando alla tua infanzia, passi dal disegnare il tuo Super Dottore, a crearlo a tutto tondo…E sarà a proposito, di un super dottore ‘in carne e ossa’, che ti trasferirai in Canada con tutta la famiglia?
“Sì, grazie al lavoro di mio padre, passerò la mia infanzia proprio in Canada, dove avrò modo di studiare presso la High School. Qui ho avuto la fortuna di avere un contatto diretto con un sistema didattico eccelso, dove ogni disciplina praticata, aveva la stessa dignità e lo stesso rispetto. In pratica, mentre nel nostro sistema scolastico italiano, si tende a ritenere primarie certe materie come l’Italiano o la Matematica, in Canada, ogni materia era, ed è considerata, allo stesso livello, in modo da rispettare le inclinazioni specifiche di ogni bambino. Inoltre, per ogni materia, venivano distribuite le stesse ore.”

Spieghiamolo meglio, per chi ci ascolta: questo significa non creare separatismi inutili e dar modo ad ogni futuro individuo di sentirsi rispettato e stimolato nelle proprie attitudini e competenze specifiche. L’arte, il teatro, la poesia, la musica, lo sport vengono considerati importanti quanto l’insegnamento delle altre materie.
Esatto. Anche i bambini di oggi aspirano a questo, ad essere considerati individui specifici, con proprie attitudini, che la scuola deve ritenere importanti allo stesso modo, senza operare differenze. Tutti gli esseri umani aspirano a questo.

Per far ciò c’è bisogno di rimettere il piccolo individuo al centro dell’universo, di recuperare programmi scolastici e forse incentivare gli insegnanti a lavorare meglio e con più gratificazioni.
“Gli insegnanti di oggi stanno attraversando una vera crisi d’identità, si sentono frustrati e costretti a restare ancorati a vecchi programmi. Sono sottopagati e non gli viene data l’importanza giusta. Sono gli anelli delle nuove generazioni ma il sistema nel quale viviamo non li aiuta, creando tanti insegnanti privi di stimoli e già stanchi di insegnare prima di iniziare. Ovviamente non è per tutti così ma ho molti amici insegnanti che si sentono frustrati.”

Tornando alla tua vita, ad un certo punto, tuo padre deve ritornare in Italia e vi trasferite di nuovo a Napoli, dove studierai al Liceo Artistico. Questo percorso ti ha soddisfatto o ha deluso le tue aspettative?
“Diciamo che qui capisco di non volermi omologare al prototipo dell’artista, scapigliato e ribelle. Sono costretto a confrontarmi con un eccessivo conformismo…eh sì, perché proprio coloro che si ritenevano sovversivi e moderni, in realtà erano solo individui tutti omologati e conformi a un medesimo prototipo. In poche parole, io che non mi lasciavo condizionare da comportamenti meccanici, ero il vero anticonformista.”

La famosa ‘mosca bianca’ che si distingue per la sua semplicità e la capacità di non lasciarsi condizionare da comportamenti omologanti! L’arte è l’opposto dell’omologazione, giusto?
“Giustissimo. L’artista veste con stile proprio, si muove con stile proprio e crea senza chiedere il permesso a un gruppo.”

Soffrivi per questo o in realtà non ti interessava molto il parere del ‘gruppo’?
“Se intendi dire che soffrivo per non far parte di un gruppo, perché non avevo voluto soccombere all’omologazione…allora direi, che non me ne importava niente. Io ero consapevole di essere, paradossalmente, l’alternativo!”

Frequenti poi per un anno l’Istituto Europeo di Design e studi parallelamente, illustrazione naturalistica con Franco Testa. Il grande esordio, però, avviene nel 1998, quando nasce la collaborazione con la Dami Editore (Gruppo Giunti). Ad un certo punto però, nasce fortemente in te l’esigenza di non rispondere solo al tuo successo e ovviamente al guadagno che ne deriva ma di gettare le basi per un nuovo percorso scultoreo. Puoi raccontarcelo?
“Dopo il successo come illustratore, mi trasferisco in Svizzera, dove inizio a lavorare con una scultrice argentina e qui inizia il mio impegno concreto anche verso la scultura. Ho sempre pensato che la scultura fosse il mezzo più fruibile per far arrivare l’arte e il suo messaggio a un vasto pubblico. Le opere scultoree che mi hanno commissionato, oggi, si trovano in luoghi accessibili a tutti e non nei musei e così chiunque può contemplarle, può ammirarne la bellezza e il messaggio che racchiudono. Purtroppo non sono in molti a commissionare delle sculture e la richiesta verte su opere legate all’arte contemporanea.”

Vorrei proprio soffermarmi su questo punto e cercare insieme a te di dare una definizione di arte contemporanea, per quanto sia altamente complicato. Diciamo che si accosta a tutto ciò che viene dagli impulsi degli artisti e in particolar modo al concetto di caos. Proprio in virtù della sua mancanza di immediatezza, colui che si trova dinanzi a un’opera del genere, non riesce a distinguere se si tratti di arte qualificata o non qualificata. Spesso ‘lo spettatore’, chiamiamolo così, assimila di un’opera d’avanguardia, il concetto o il messaggio che l’artista lo ha guidato ad avere o un gruppo, una società, il sistema. Il messaggio è confuso e l’osservatore dell’opera non può percepirlo da solo, non ne ha i mezzi e non gli vengono dati. Cosa ne pensi di questo messaggio, in un certo modo ‘manovrato’?
“Credo che spesso l’artista contemporaneo produca opere in serie, capaci di rispondere ai connotati di un certo pensiero politico o sociale e che lo faccia per avere la possibilità di produrre e divulgare opere d’arte accettate convenzionalmente. Risponda a un processo economico per continuare a creare, privandosi a volte del proprio ‘timbro’ che lo caratterizza.”

Possiamo definirlo un annientamento delle singole capacità espressive e anche della forma?
“Guarda, il discorso è complicato e non voglio sottrarre niente a chi magari crede davvero nell’arte contemporanea ma vorrei riportare alla luce le origini della nostra arte e in particolar modo, tentare di ridare alla scultura la sua dimensione rinascimentale. Credo che se un domani qualche critico d’arte dovesse dare una definizione di questo periodo che stiamo vivendo in arte, lo definirebbe come un periodo di decadenza. Non può essere altrimenti perché l’artista, assorbito dalla crisi economica, produce ciò che l’economia richiede. La forma perde così i suoi connotati e viene esasperata fino a scomparire e con essa l’ideale di bellezza.”

Cosa credi possa avvenire dopo un momento del genere? E come si potrà recuperare nell’immaginario collettivo, il valore della bellezza? Infine, chi, se non l’arte deve avere il compito di riportare l’individuo al centro dell’universo?
“Può avvenire solo una rinascita e l’artista ha il compito primario di dar vita a un nuovo Rinascimento, capace di mettere al centro l’individualità dell’essere umano. L’arte sarà moderna e non contemporanea, quando non verranno più ridicolizzate le attività manuali, quando ci sarà un ritorno all’artigianato, al legame fra mano e testa. L’Artista dovrà essere funzionale in questo senso e l’economia forse può fare un passo avanti, ragionare retroverso; impuntarsi verso un ritorno all’umanità dell’uomo ma anche al canone estetico, non inteso come limite ma come bellezza che si esprime nell’immediato e pertanto essere fruibile.”

E torniamo inevitabilmente di nuovo al vero anticonformismo e al punto dal quale siamo partiti. L’artista davvero anticonformista non si assoggetta alle regole del mercato o di un gruppo. Senza dubbio il tuo ritorno all’utilizzo del bronzo in scultura, tende a ritrovare invece, un legame con il passato. Il bronzo…un materiale che è sopravvissuto al tempo e di cui abbiamo pochi esemplari provenienti dall’antichità, perché, ricordiamolo, spesso, veniva fuso per farne delle armi e rispondere a quel mercato, oppure per creare oggetti di vita quotidiana. Rammentiamo ritrovamenti importanti, come i Bronzi di Riace, sulle coste della Calabria o il Satiro Danzante.
“Credo che proprio la tecnica della fusione ad essa legato, permetta all’artista di creare opere scultoree in movimento e altamente espressive. Dando vita ad esemplari unici.”

Osservando il bozzetto del progetto per la realizzazione del Cristo Risorto, possiamo notare la volontà di utilizzare un materiale come il bronzo, in virtù di una resa efficace, riguardo il movimento e la correlata drammaticità, legata al Sacro. Marco, a proposito di Religiosità, che rapporto hai con la Religione?
“Riguardo la religiosità, non sono religioso nel senso tradizionale. Posso, ad esempio, non mettere piede in una chiesa per anni, se non trovo un ‘tramite’, o meglio una figura religiosa, che possa aggiungere qualcosa di profondo al mio dialogo intimo con il Sacro. Sicuramente, il mio dialogo con Dio avviene di più a contatto con la natura, camminando da solo in un bosco o contemplando il paesaggio dalla cima di una montagna. Ho collaborato spesso come volontario e sono convinto che ciascuno di noi possa essere uno strumento in aiuto per gli altri. Nel mio lavoro di artista, sono alla continua ricerca del Sacro, specie nelle opere scultoree.”

Guardando la tua opera scultorea ‘La Pietà’, non fai trapelare il dolore ma una speranza. La Madonna e il Cristo, sembrano adagiarsi dolcemente a terra, per ‘dormire’ di un dolce silenzio, lo stesso che arriva a colui che guarda l’opera ed entra in contatto con la sacralità del contesto. Il dramma della perdita viene sostituito dalla forza dell’amore eterno.
“La sacralità che diventa rinascita.”

Entriamo ancora più nel vivo delle tue sculture: le guardo attentamente, trovandole, una più evocativa dell’altra…ho notato tre momenti distinti della tua creazione: il primo, legato alla terra cotta, in cui le figure sono abbozzate e sembrano districarsi dalla stessa materia che le trattiene (v. Ali di Fango del 2002 e L’uomo di Rabbia del 2002).

Un secondo periodo, sempre legato alla terra cotta, in cui i personaggi sono maggiormente definiti e più liberi nel movimento e tentano di proporsi come un messaggio simbolico della propria decadenza e sofferenza universale (v. La Guerra Silenziosa del 2015 e Lopadùsa del 2016). Ammirando la tua opera scultorea, La Pietà, ho osservato il modo dolce in cui il Cristo è adagiato a terra, e la mancanza del dramma sul volto di entrambi. La Madonna, sostiene il figlio con amore, accompagnandolo in un nuovo cammino.

Infine abbiamo un terzo momento creativo, quello del bronzo, maggiormente legato a un ritorno dell’arte greca e al suo ideale di perfezione e bellezza (v. Madre Teresa di Calcutta del 2003 e Tommaso Campanella del 2007; Helena Roerich del 2005). Puoi parlarcene?
“Non ho distinto le opere in momenti o periodi e come ogni artista ho seguito semplicemente l’obiettivo che la mia testa e il mio cuore si proponeva in quel momento, certo è che le primissime opere, vuoi per un legame più stretto con la materia, l’argilla in questo caso, sono ancora tanto vincolate a essa e forse il mio stesso essere artista lo era. Mentre, pian piano i personaggi che volevo rappresentare, riescono a dimostrarsi indipendenti, autonomi, fino a bastare a se stessi, per restare eternamente belli. Infine, il bronzo, mi ha permesso di dar vita a sculture più grandi e più studiate nei particolari e nelle espressioni.”

Impressionante vedere una foto che ti ritrae vicino alla scultura di Madre Teresa di Calcutta, oggi visibile nella città di Napoli…sei così piccolo in confronto, quasi da sembrare te uno schizzo.
“L’esperienza in fonderia è un viaggio indietro nel tempo, uno dei più affascinanti che ci sia e quando termini un’opera come questa, che mi sono trovato costretto a fare in pochissimo tempo, è inevitabile farsi fare una foto che ritragga la colossale bellezza dell’arte e la piccolezza, minuta., umile del suo creatore, l’artista.”

Marco, oggi sei finalmente padre…in che modo il tuo ruolo di figlio ti aiuta ad essere padre?
“Senza dubbio sarò un padre presente che sostiene suo figlio, senza viziarlo. Devo molto anche ai miei genitori, che fin da quando ero bambino hanno assecondato i miei talenti e la mia propensione ad esprimermi attraverso il disegno. Mi comprendono pienamente come uomo e come artista. Sono discreti, silenziosi e soprattutto hanno insegnato a me e alle mie sorelle a ricercare la propria unicità…”

Il proprio flusso di vita…
“Esatto.”

A chi altro devi molto nel tuo percorso di uomo e artista?
“Devo moltissimo a mia moglie, che mi ha sempre sostenuto nel mio percorso artistico e mi ha sempre incoraggiato ad andare avanti. Il suo aiuto si manifesta anche nel cercare di mantenermi ancorato alla terra, visto che il mio animo artistico, per sua natura, mi porta a volare alto nel mondo.”

E dopo questo tour nella scultura, nell’amore ,nella sua dimensione senza tempo, vorrei lasciarti, supplicandoti di non smettere mai di illustrare i paesaggi, la dolcezza del nido familiare, l’atmosfera della notte, la purezza dell’alba, perché in quelle illustrazioni, simili a quadri fiamminghi, carichi di luce soffusa, c’è una speranza per ogni bambino e per i suoi genitori. Il piccolo Topo Tip è alle prese con la vita, con le sue difficoltà ma resta fedele al suo istinto aggregante e guarda tutto con la meraviglia nel cuore. Si addormenta sereno nel suo letto perché al suo risveglio godrà della sua conquistata indipendenza, della sicurezza data dalla presenza dei suoi genitori; mangerà cibi genuini, cucinati con passione e si sporcherà felice in un prato o bagnerà le zampette in un fiume, saltando spensierato fra le pietre e quando crescerà ricorderà in eterno che ha fatto di tutto per mantenere la sua libertà. Avrà appreso tante regole e gli saranno servite tutte per guidare gli istinti verso buone azioni e buone idee.

Quanto a me oggi non ho solo intervistato Marco, l’uomo, l’artista, il filosofo ma anche quel topo piccolo che sta nella tasca dei suoi jeans e vive con lui sulle sponde del lago. Gli sussurra di evolversi, di far nascere altri personaggi dalla materia per tornare sempre più innamorato da lui. Caro Marco, caro Tip, vi lascio in uno spazio virtuale della mia Rubrica Slidelife, sperando di donarvi altra eternità e di dar modo al mio Giornalismo di diventare anche un’occasione di stimolo in questa notte stellata.

Vi lascio in un giorno speciale, quello del 31 Dicembre del 2016, forse più vicini, di quanto pensiamo, all’alba del nuovo Rinascimento. Forse più vicini alla felicità. Che ciascuno possa stanotte pensare attraverso le tue illustrazioni e abbracciare il mondo con lo stesso impatto forte della tua opera Lopadùsa.

 

(Clicca sulle immagini per vederle nelle dimensioni originali)

 

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BREVE CURRICULUM VITAE: “ Mi chiamo Sabrina Merenda e sono una Pedagogista intrepida, specializzata in Psicologia Dell’ Età Evolutiva. Ho varcato da tanto il mondo dell’editoria con la pubblicazione di tanti testi di Antropologia, Storia, Romanzi, Novelle. Premi e riconoscimenti importanti hanno incoraggiato il mio cammino ma tramite il Giornalismo ho realizzato il mio obiettivo di portare la notizia ad essere il trampolino di qualcosa che va oltre l’informazione, per concretizzarsi in una nicchia dedita alla Biografia Umana: singola o di gruppo, territoriale o privata. Mi interessa l’iniziativa dell’uomo in generale. Nella mia Rubrica Slidelife c’è uno spazio speciale dedicato ai bambini e ai giovanissimi, nel tentativo di dargli una visibilità umana rivolta ai loro intenti o alle loro imprese. Sono la creatrice dei Corsi Geniuspen rivolti ad un approccio Giornalistico fra i giovanissimi e gli Over. L’Etica e il rispetto di essa è il mio valore più grande. Non ascolto cosa la gente dice ma quello che la logica spiega. Credo nell’impossibile perché scrivere oggi è difficile ma sono qui e amo il mio lavoro con tutta me stessa. Ogni volta che narro una vita, un’impresa, una sfida, vivo a 360 gradi la vita degli altri e ascolto senza registrare perché dico solo quello che il mio interlocutore vuole ma ascolto la sua vita oltre.”