Elogio della vita di paese

Elogio della vita di paese

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Appena una settimana fa avevamo deciso su Be Young di evadere completamente dalla realtà locale, fuggendo tra le dolci colline del Chianti e della Val d’Orcia. Sull’onda della rabbia per i recenti fatti politici, con il trasformismo dilagante e gli inaspettati salti del fosso, volevamo staccare la spina e portare i lettori in un viaggio attraverso le bellezze della campagna toscana. Come in ogni viaggio però si deve tornare sempre a casa, e vogliamo farlo allora nel modo migliore, ovvero cercando di scorgere quelli che sono gli aspetti migliori della realtà in cui viviamo. E’ impossibile di questi tempi attraversare Impruneta senza essere coinvolti, più o meno direttamente, dalla campagna elettorale. Oh no, rieccoci! Anche se pare dura crederci, è proprio da essa che può prendere il via un sincero elogio di quella singolare condizione che è la vita di paese.

Il sabato mattina piazza Buondelmonti si presenta in questo maggio come un affollato suq arabo; i gazebo dei partiti, disposti di fronte alla basilica, sono poli di attrazione e riempiono lo spazio insieme ai banchi del mercato. Intorno ad essi le persone si muovono secondo ritmi diversi, spesso fermandosi incuriosite a prendere volantini, a cercare informazioni; talvolta invece tirano dritto con aria indifferente. Per lo più imprunetina, questa gente si conosce e si saluta, formando capannelli, discutendo, animando la piazza come uno sciame di api: sembra di vedere un quadro di Peter Bruegel il Vecchio, dove al posto della natura umana viene rappresentato il microcosmo imprunetino, con ogni sua macchietta e ogni sua sfaccettatura.

Tutto ciò è un qualcosa che solo la realtà di un paese è in grado di offrire, data la sua dimensione intima e fatta di legami stretti, conoscenze fitte e relazioni frequenti. Per chi vive in una città tali aspetti sembreranno provinciali e pure forse ridicoli, ma d’altronde non si può giudicare in pieno qualcosa se non lo si conosce. La grande dimensione urbana offre tutto e allo stesso tempo nulla, alienando le persone fino a renderle automi separati gli uni dagli altri. Nel paese si creano invece comunità forti all’interno di un’unica grande comunità, e ci si sente sempre al centro di un mondo. I lutti e i momenti difficili vengono affrontati con attorno tanti amici, con il sostegno di coloro il cui volto compare spesso girando per le anguste strade del borgo. C’è chi si sente oppresso da tutto ciò, desiderando di scappare da quella che può diventare una gabbia; se lo si guarda con meno ansia però si capisce che il paese altro non è che un nido, che non ha sbarre ma offre calore, permettendo di godersi la vita secondo ritmi più lenti e genuini.

Così ci si rituffa nel pittoresco e affollato mercato, nelle associazioni, nei rioni, negli indistruttibili gruppi di amici. Se il tempo non si può fermare, si può rallentarlo, e imparare a goderne mettendo al centro i rapporti umani e lo spirito di comunità. Nelle parole di Cesare Pavese sembra essere condensata questa visione: “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”